Recensioni

7

Tra Blue Lines (1991) e Mezzanine (1998) mi è sembrato compiersi più un progetto scenografico che musicale, sorta di soundtrack in cerca di epifanie visive, uno strutturato torpore emozionale opposto alla febbrile centrifuga dei valori, al volatilizzarsi del senso di giustizia, al disperdersi del fattore uomo tra i meandri della matrice globale. Un impasto di blues digitale e reggae sclerotico, di soul notturno e jungle narcotizzata, di ninne nanne impalpabili, psichedelia soffocante, jazz sintetico e pop fuggiasco, la batteria prosciugata, le corde catramose, le voci affidate di volta in volta a Liz Frazer e Tracey Horne, angeli senza paradiso, o all’onnipresente Horace Andy con i suoi ectoplasmatici sussulti giamaicani. Oggi, col Trip Hop che ha da tempo esaurito la spinta propulsiva, ormai incapace di rinnovarsi e significare oltre una reiterazione spesso compiaciuta di sé, non mi attendevo certo dal nuovo 100th Window un esercizio di massimalismo formale tanto imponente, austero, imperterrito.

Rimasto temporaneamente da solo al timone, Robert “3D” Del Naja imbastisce infatti una collezione di pezzi scritti con tutti i crismi del marchio, confezionandoli con cura maniacale dei particolari, nove tracce schiacciate da una opprimente gravità, un’ora e un quarto di furore a fuoco lento, di ipnosi sordida, di malanimo e sfolgorii accorati, sorta di rilettura ipermoderna degli apocalittici deliri a firma Doors o Ultimate Spinach stemperati tra liquami nucleari, polluzioni elettromagnetiche e geopolitiche del caos. Una visione sola, senza apparente soluzione di continuità, pervasa di catastrofe imminente, attraversata dalla luce nera di un presente indagato per frammenti, per grappoli di parole, per frames scabri e brucianti iridescenze.

Il rischio della monotonia è calcolato e anzi elemento attivo del gioco, come ad erigersi a barriera tra ciò che sta prima e dopo, dentro e fuori questo trip nel vivo di uno stato altero e alterato di coscienza (di sé nel tempo, di sé nel mondo). Dovendo scegliere, alla fine tre canzoni spiccano sul resto: la fin troppo didascalica invettiva di A Prayer For England (rovello di basso pseudo Floyd che una misuratissima Sinead O’Connors – ottima musa di turno – riveste di rabbrividenti velluti), la pulsante Name Taken (omeopatie psych-kraut e microrganismi elettro carezzati dall’inafferrabile sdilinquirsi di Horace Andy), e Butterfly Caught (cuore serrato dell’opera affidata al vocalizzo monocorde di Del Naja, techno spettrale tra volute di fumo e reverie sintetiche angosciose, con quell’apparizione d’archi sintetici sbrigliata a confondere i riferimenti, a dissacrare la quiete, a sbaragliare l’equilibrio). Gli altri pezzi, come già detto, sembrano vivisezionare lo stesso cadavere (i trepidanti arabeschi di Antistar, gli slittamenti motoristici di Future Proof, la malia agghiacciante di What Your Soul Sings…), procedendo a passi misurati nel vivo dell’anima, cercando il pertugio di una percezione sempre più sfibrata, logora, disabituata a sentirsi viva vivendo. Sta a noi decidere se cadere oppure no nella rete, lasciarci trascinare o meno in questa partita che i Massive Attack – tanto più coinvolti e impegnati quanto più irraggiungibili, quasi un’entità teorica (commerciale?) o una sorta di algoritmo sonico –  conducono con l’intransigenza di un monolite kubrickiano contro l’immanente dispersione dei legami, delle coscienze, delle porte e finestre che si chiudono su un Impero in caduta libera.

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