Live Report

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«Siamo intrappolati in un loop perenne. Dobbiamo lasciarci alle spalle i fantasmi del passato se vogliamo iniziare a costruire il futuro». Con questa frase in italiano sullo schermo termina il concerto. Zero convenevoli e saluti, le luci si accendono e parte un pezzo reggae dall’impianto. È tutto finito. Solo pochi secondi prima eravamo in piena full immersion di immagini e suoni. Volponi bristoliani. È tutto un design concettuale. Come nelle installazioni d’arte (Robert sei davvero Banksy? Guarda che l’ho visto quel video in cui facevi i graffiti…).

Uno show così ermetico lo devono avere voluto loro, per forza. E vuoi vedere che…pure la musica di sottofondo prima del concerto! (una compilation di hit tardi anni ’90: Cher, Madonna… perfino i Savage Garden, mamma mia. Se è così siete dei sadici!!!) Lo devono avere voluto, immaginiamo, solo per rimarcare la differenza (ancora più sottile del quadro di Banksy che si autodistrugge). Questa roba chumbawamba fa tanto anni ’90. Mezzanine no. Mezzanine è avanti e indietro. Mezzanine è ovunque: negli anni ’60 di I Found A Reason dei Velvet Underground (ineffabile inizio); nelle ombre sbarazzine sui ritmi scoppiettanti delle prime canzoni dei Cure (10:15 Saturday Night); in una Rockwrok degli Ultravox se possibile ancora più punk dell’originale; nel passo reggae allucinato che si infilava dentro il masterpiece horror-dark dei Bauhaus (Bela Lugosi’s Dead); nel reggae vero dello Studio One di I See A Man’s Face di Horace Andy – cantata da lui in persona, da chi se no! (anche un pezzo dei Cocteau Twins a questo punto? Mmm forse era chiedere troppo). C’è anche ventun anni dopo, reso live con la dovuta cura (due set di percussioni, chitarre, bassi, tastiere, le imprescindibili macchine) e senza operazioni di aggiornamento mirabolanti che non avevano ragione d’essere, perché il disco conserva la stessa eleganza di certi evergreen in bianco e nero, la stessa grazia matura della voce di Elizabeth Fraser, mantiene la stessa profondità ipnotica, inquietante, suadente, di quando lo ascoltavamo ventuno anni fa, in tutta la sua tracklist composta e riassemblata con le cover dei brani campionati o che hanno funzionato da ispirazione per il disco del 1998 (e del 2019).

Come per le recenti esibizioni dei Massive Attack – ancora più pirotecniche visivamente parlando – lo show monotematico ma densissimo va letto e ascoltato in sincrono tra la musica che si dipana nella penombra che avvolge i musicisti e le immagini e i messaggi che rimbalzano sugli schermi. Tony Blair, Putin, Trump, Lady D, gli spezzoni di film, gli aforismi decontestualizzati. Politica senza fare comizi. Da dove sono posizionato io i musicisti sono davvero poco più che silhouette: sono loro i fantasmi? Ce li dobbiamo lasciare alle spalle? Per questo non presentano nessuno, non salutano nemmeno? Concerto ermetico ed è giusto così. Del resto non è che le installazioni d’arte abbiano tutte queste istruzioni per l’uso – più della superfetazione critica in questi casi funziona meglio l’istinto. L’attualità inquietante di queste canzoni e della loro estetica sonora non ha bisogno di tante spiegazioni, si percepisce. Forse questo disco dobbiamo esorcizzarlo più che celebrarlo. E in effetti è quello che dobbiamo fare e i Massive Attack ce lo stanno suggerendo. O forse dobbiamo aspettarci da un momento all’altro un nuovo disco, chi lo sa. Intanto la full immersion nelle atmosfere di Mezzanine è sempre un’esperienza notevole.

PS: Un doveroso grazie per avere riportato sui palchi italiani Liz Fraser.

Scaletta
I Found a Reason (Velvet Underground)
Risingson10:15 Saturday Night (The Cure)
Man Next Door
Black Milk
Mezzanine
Bela Lugosi’s Dead (Bauhaus)
Exchange
See a Man’s Face (Horace Andy)
Dissolved Girl
Where Have All the Flowers Gone (traditional-Pete Seeger)
Inertia Creeps
Rockwrok (Ultravox)
Angel
Teardrop
Levels (Avicii)
Group Four

7 Febbraio 2019
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