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Prologo: nei giorni in cui Albion la Perfida abbandonava i lidi psichedelici e abbracciava i riti progressivi, vi fu una band che di nome faceva Soft Machine e che nei suoi ranghi includeva una schiera di cavalieri patafisici del calbro dei vari Robert Wyatt, Kevin Ayers, Daevid Allen e Mike Ratledge. Due di costoro, nello specifico Allen e Ayers, si staccarono dalla band madre e incominciarono a dar sfoggio di una propria ben marcata vena lirica stralunata attraverso la carriera solista il secondo, e attraverso soprattutto il progetto Gong il primo.

Rimasero dunque in ballo Wyatt e Ratledge. Due tipini creativi, non c’è che dire. E se è per questo anche un sacco testardi. Scrive a questo proposito Sid Smith, nelle liner note che accompagnano la ristampa su etichetta Esoteric Recordings del debutto omonimo dei Matching Mole: «Nel periodo in cui fu membro dei Soft Machine, Robert era alla costante ricerca di stimoli artistici esterni al gruppo». Infatti, dal 1970 al 1972 fu impegnato, tanto per citarne alcuni, con i seguenti progetti: il suo album di debutto, The End Of An Ear, e poi le registrazioni e/o collaborazioni a vario titolo con i vari Daevid Allen, Don “Sugarcane” Harris, i Centipede di Keith Tippett, la Amazing Band, Symbiosis, e dulcis in fundo Kevin Ayers. Confesserà Wyatt alla stampa suppergiù nell’ottobre 1971, quando la creatura nuova di zecca del batterista/cantante nativo di Bristol, classe ’45, lascerà gli ormeggi: «A un certo punto mi resi conto che il mio carattere solitario e ombroso, e la mia battaglia all’interno dei Soft Machine, riscuotevano una certa simpatia da parte degli appassionati di musica. In effetti faticavo a prendere sul serio la band proprio perché loro… non prendevano sul serio le mie idee artistiche». Ma non è finita qui: «Se i Soft Machine erano una prigione, e se la mia Moon In June fu parecchio contestata ai tempi di Third, la colpa era solo mia, quella prigione me l’ero costruita da solo con le mie indecisioni, con quel mio tentennare continuo riguardo a quale via artistica intraprendere».

Agosto 1971: Robert-il-batterista-non-ancora-emancipatosi-al-100%-artista trascorre un paio di settimane almeno rinchiuso nel garage della sua abitazione di St. Luke’s Mews, vicino Ladbroke Grove, la famosa stazione della metropolitana di Londra, situata sulle linee Circle e Hammersmith & City. Lì, in quel posto raffinato ma non troppo, invita a jammare tutti i suoi amici musicisti: tipo il chitarrista Phil Miller dei Delivery (band in cui militavano anche Pip Pyle e un certo Lol Coxhill, sassofonista avant coi controfiocchi), o Bill MacCormick (a tempo pieno membro dei Quiet Sun, i cui ranghi comprenderanno anche il chitarrista dei Roxy Music, il geniale Phil Manzanera, e il percussionista Charles Hayward, poi nei seminali idoli new wave This Heat), già sodale del Nostro dalla metà dei mitici Sixties, quando Robert suonava con i Symbiosis di Gary Window e con la band amica condivise il palco, almeno una volta.

«Robert mi chiamò per telefono», ricorderà poi MacCormick, «e mi disse: amico, vieni a casa mia, suoniamo un po’ assieme, ci sarà anche altra gente, poi vediamo cosa ne viene fuori». Pian piano, quello che sembrava un semplice scherzo fra amici, si sviluppò e divenne una cosa dannatamente seria. In effetti, e le parole sono di Wyatt stesso, era «giunto il momento di formare un nuovo gruppo. Rapii qualche altro musicista, come Bill MacCormick che era stato un membro dei Quiet Sun, e Dave Sinclair, che era sul punto di lasciare i Caravan. Quest’ultimo condivideva con me l’interesse per le «canzoni pure e semplici». Avevamo tutti qualche canzone da parte; perciò fondammo un gruppo e le suonammo. Rimasi molto soddisfatto di gran parte del primo album. Eppure, non avevamo soldi né attrezzature e quell’album è stato inciso in uno studio abbandonato dalla Cbs, talmente freddo (sì, era a dicembre, ndSA) che Dave Sinclair doveva suonare con i guanti […]. Il nome fu un’idea mia, il gioco di parole era intenzionale». A far da faro alle nascenti intuizioni artistiche del combo c’era ovviamente Moon in June, il brano che finì nell’ultimo doppio dei Soft Machine con Wyatt, nonché l’ultimo registrato dalla band con un testo, sebbene biascicato e surrealmente patafisico («A volte qualcuno mi chiede il testo, allora io mi metto ad ascoltarla al giradischi e… non capisco le parole»). Ergo: la Macchina Soffice, regina del Canterbury Sound più raffinato e avant-stralunato, nonché autrice, con svariate formazioni, di due classici di rock patafisico (quali The Soft Machine, 1968, e Volume Two, 1969), più un enorme doppio LP di jazz-rock fantascientifico (Third, del 1970), più un sacco di altri dischi più o meno degni (dall’ottimo Fourth, 1971, al becero Land Of Cockayne, 1981), sgancia i suoi destini dal batterista dalla voce di seta Wyatt e prosegue per conto suo.

A questo punto, i Matchine Mole sono una realtà e non più un neonato progetto. Leggiamo nel n°47 della rivista Quaderni di altri tempi: «I Matching Mole incrementarono il loro potenziale tasso di sperimentazione e (paradossi e meraviglie dell’epoca) se ne andarono per tutto il mese di aprile in giro per il Regno come spalla di John Mayall, che seguiranno anche per un breve tour in Francia il mese successivo». Piccola nota a margine, che poi margine non è: i Soft Machine amavano un sacco l’improvvisazione (la tinta fusion-esque del sound della band nel suo secondo LP rispetto al primo, decisamente ballad-oriented, è dovuta principalmente al nuovo keyboard player, Dave MacRae, e al suo massicio uso del piano elettrico Fender Rhodes), tant’è che Ayers e Wyatt prenderanno parte a Destrution In Arts Symphosium all’Institute Of Contemporary Arts, un concerto sospeso fra free-jazz e rumorismo a cui parteciparono anche i big del (de-)genere, tipo Evan Parker, Glen Sweeney, Laurie Allan, Rob Spall e Mal Dean. Altra precisazione: è questo il primo evento, che si tenne a Londra fra il 9 e l’11 settembre del 1966, che sta alla base di quel jazz intellettuale e assai sperimentale verso cui tenderà sempre la creatura di Ratledge una volta che Wyatt l’avrà abbandonata per cimentarsi con i Matchine Mole (una storpiatura omofona ricalcante il francese della sigla Soft Machine, che ancor prima d’essere il nome di una band, fu il titolo di un romanzo – titolo in italiano: La macchina morbida – pubblicato nel 1961 da quella mente deviante di William S. Burroughs).

Rispetto al debutto omonimo del 1972, che vedeva in organico Wyatt, Phil Miller (poi con Hatfield And The North e National Health) , William “Bill” MacCormick e Dave Sinclair (già coi Caravan), il nuovo disco rende onore al suo titolo (Little Red Record, Piccolo disco rosso), già dalla copertina, dove campeggia un disegno con i membri della band (a questo giro: Phil Miller, Dave McRae, Bill MacCormick e ovviamente Robert Wyatt) raffigurati come un gruppo di impavidi rivoluzionari, memori della cosiddetta Rivoluzione Culturale di Mao, che sconquassò la Cina nel 1966. Più di preciso è un riferimento al Libretto rosso del 1964, anche noto come Il libro delle Guardie rosse; in pratica un’antologia di citazioni tratte dagli scritti e dai discorsi di Mao Tse-tung, con una prefazione scritta da Lin Biao: «All’epoca simpatizzavo per la causa rossa, tant’è che il mio percorso personale sfocerà nell’iscrizione al Partito Comunista britannico – dirà in una intervista il diretto interessato – oggi guardo a Mao e a tutta quella faccenda con occhi diversi, mi fa persino un po’ ridere che il suo eroe personale fosse Napoleone, uno che proprio come lui predicava la rivoluzione dei poveracci e poi si trasformò in imperatore».

Little Red Record esce nell’estate del 1972, ed è l’ultimo album in cui il Nostro uomo suonerà la batteria, ma anche l’ultimo prima della paralisi, effetto poco collaterale e assai devastante di una caduta dal terzo piano, che avverrà l’anno successivo. Gli ospiti illustri non mancano (vedi alla voce: Robert Fripp, producer, dal temperamento fumantino, che lo rende e lo renderà sempre un “collaboratore” con cui è difficile colaborare; o Brian Eno, al synth VCS3, e tanti altri ancora), e nel complesso la “texture” sonora del disco ne guadagna, come ricorderà anni dopo in sede di intervista Wyatt: «Nel secondo disco, gli altri musicisti ebbero un ruolo decisamente maggiore nello sviluppo della musica. Un po’ perché i membri del gruppo si conoscevano meglio a vicenda, ma soprattutto conoscevano meglio me, le mie idee artistiche, dove volevo andare a parare». E dove vuole andare a parare esattamente Wyatt col jazz-rock atipico di Little Red Record? Per scoprirlo, converrà dare una occhiata alla sua scaletta. A cominciare dall’opener del disco, col suo chilometrico nonché un tantinello roboante titolo: Starting In The Middle Of The Day We Can Drink Our Politics Away; due minuti e rotti, a firma Dave McRae (le altre 8 canzoni in scaletta vedranno alternarsi le firme, oltre dello stesso Dave, anche di Phil Miller e Bill MacCormick, Wyatt si concentra invece solo sui testi e dà sfogo ai suoi esperimenti vocali); minimalismo pianistico, voci ieratiche che s’allungano in un coro sballato ma tenero, organo di sottofondo, tensione in crescendo.

La durata del pezzo è quella media di tutti gli altri in tracklist, oscillanti fra i due e i quattro/sei minuti, ad eccezione di Marchides e Gloria Gloom, che bucano gli 8 minuti. Marchides, in realtà, è un non-sense patafisico-jazzistico che rimanda sì a Third dei Soft Machine, alla compostezza e al contempo all’irsutezza di quel sound così sofisticato eppure epidermico, ma lo fa in un contesto, di cui questo pezzo è solo un tassello, o se preferite la tessera di un mosaico, che non sa e soprattutto non vuole mettere dei limiti alla creatività. Nan True’s Hole è l’intro alla prima vera canzone del disco ma ben presto si scioglie in un incubo di percussioni, elettronica e sghiribizzi zappiani che funzionano da pretesto per il lavoro alla voce di Wyatt, che ormai, disco dopo disco, in proprio o con i suoi gruppi, riesce a conferire i più variegati rilievi semantici (rock, pop, jazz, musica classica, il diavolo-che-ti-porta?) al suo anti-stile vocale (al pezzo prestano l’ugola anche i fantomatici Der Mütter Korus, in cui figura l’ancor più fantomatica Ruby Crystal, pseudonimo dell’attrice – vedi alla voce: Il dottor Zivago, regia David Lean, vincitore di 5 premi Oscar – Julie Christie, che sembra frequentasse l’ambiente musicale londinese e sicuramente era una simpatizzante “rossa”). Brandy As In Benj occupa invece lo spettro opposto della sperimentazione dei Matching Mole, indulgendo in complicate trame strumentali in cui gli scarabocchi vocali di Wyatt si perdono e si ritrovano, finché il pezzo non si raddrizza e non si dà a un jazz-rock atmosferico e visionario in puro Canterbury Style.

Gloria Gloom (che contiene i versi: «Sino a che punto posso fingere che la musica sia più importante di combattere per un mondo socialista?», versi che, per stessa ammissione di Wyatt, il loro autore, suscitarono del vero e proprio odio in Robert Fripp, che a un certo punto disse al Nostro: «Robert, lo pensi davvero?», mentre il resto della band si chiedeva: «Che diavolo sta cantando Robert?»), 8 minuti belli densi, apre invece il lato b; Eno e i suo synth creano il tappeto sonoro onirico e fantascientifico di cui abbisognano Wyatt e soci per innestare un pezzo di spoken jazz dal sapore cosmico-metafisico. Poi è la volta dell’acustica God Song – con i suoi versi illuminanti: «Cosa diavolo stai facendo, Dio? È questo una specie di scherzo? Forse è perchè non preghiamo?» – poiché riflettono alla perfezione lo stato d’animo di Wyatt, che da un bel po’ si pone domande esistenziali dal sapor d’assoluto, del tipo: perché esistono il male e l’ingiustizia? Chi o cosa potrebbe arginarle? In che modo la civiltà occidentale e i suoi valori stanno contribuendo al disastro morale, sociale, e perché no, economico che sembra toccare tutti, nessuno escluso?

Ovviamente, le musiche del disco, e quella copia del libretto rosso raffigurata nella sua copertina, sono il tentativo di risposta, rapportato ai tempi e ideologicamente coerente, che Wyatt dà a tutte queste domande. Chiudono in bellezza il 33 giri altri due pezzi da novanta: Flora Fidgit Smoke Signal, 10 minuti in due, la prima l’ennesimo numero jazz rock spasticoide e assurdista che corre a mille, la seconda uno dei vertici della psichedelia da Abramo a noi, con quei suoi vapori sonori che si sgretolano all’istante per riformarsi all’improvviso e dar vita a strutture armoniche affascinanti ma effimere, sempre pronte a sfaldarsi, morire e poi rinascere, come l’araba fenice dalle sue stesse ceneri. L’ascolto fisico di Little Red Record finisce qui.

«Per anni e anni ho preferito, il primo disco dei Matching Mole al secondo, perché suonava più “canterburiano” – confesserà poi Robert ai tipi di Popgruppen – Oggi ascolto più il secondo del primo, proprio perché non lo è». Sipario. Chiusa finale. Fine del film. Anzi, no, la parola finale ancora all’eroe di questa storia, Robert Wyatt, che ha “imbastito” una band, e due dischi, che hanno fatto la Storia: «A un certo punto capii che nei Soft Machine non potevo fare quello che va a traino, mentre nei Matching Mole non riuscivo ad essere un vero leader, così a un certo punto mi si accese in testa la lampadina e mi dissi: “Robert, tu non hai bisogno di stare in una band, non c’è mica scritto da nessuna parte che ci vuole per forza una band”». E così fu. Vedi alla voce: Rock Bottom, secondo album solista del cantante e polistrumentista, e secondo suo capolavoro, pubblicato nel 1974 da Virgin Records, ma anche primo album dell’autore dopo l’incidente del giugno 1973 che lo rese paraplegico.

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