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Sebbene non esista una lista di capolavori della storia del cinema che abbiano come soggetto il tennis, non c’è nessun dubbio che la storia di questo sport, la sua impostazione, il suo simbolismo e i riti che lo accompagnano ancora oggi conservino un’aura di solennità cui il cinema ha più volte teso una mano. Lo aveva fatto recentemente Julien Faraut, propendendo per un approccio tipicamente filosofico-scientifico, in cui partendo dal celebre aforismo di Jean-Luc Godard («Il cinema mente, lo sport no») e ispirandosi alla figura mitica e insieme profondamente terrena di John McEnroe nel suo L’impero della perfezione avanzava un’interessantissima tesi sulla giustapposizione tra cinema e tennis, dove il primo aveva la funzione di cristallizzare l’unità di tempo e spazio che in questo particolare sport individuale e individualistico è praticamente tutto. «Il cinema ha il potere di alterare il tempo, così come McEnroe. Ogni sua mossa, ogni suo movimento del corpo, ogni suo colpo con la racchetta è volto principalmente a dilatare o accorciare il tempo della battuta, stordendo i suoi avversari», dicevamo appunto.

Se Faraut quindi costruiva il suo studio come una concisa recherche sull’attimo dilatato all’infinito, quasi propendendo per il suo contrario Matías Gueilburt in Vilas: Tutto o niente sceglie di raccontare il passare del tempo, gli effetti sulla memoria, sui ricordi, sulle ambizioni e su quella voglia di rivincita mai ottenuta dal suo soggetto. Campione (quasi) dimenticato, l’argentino Guillermo Vilas è il tennista che detiene il maggior numero di vittorie su terra rossa (ben 651) e una serie di altri prestigiosi riconoscimenti, ma anche un unico cruciale difetto: non è mai stato in testa alla classifica dell’ATP, che all’epoca veniva stilata seguendo criteri differenti da quelli odierni. Vilas pagò sulla propria pelle il passaggio dal sistema cartaceo a quello informatico del conteggio, ancora agli esordi, e la tesi avanzata dal docu-film Netflix è quella secondo la quale tali conteggi non furono completi: Guillermo Vilas fu effettivamente al primo posto della classifica dell’ATP per cinque settimane, a partire dal 22 settembre 1975, e poi successivamente nelle prime due settimane del 1976. Questo, perlomeno, è quanto emerso dalla approfondita indagine condotta per un periodo ultra-decennale dal giornalista Eduardo Puppo, il quale ricostruirà i risultati di tutte le partite affrontate da Vilas in quel preciso periodo della sua carriera, quando raggiunse l’apice, battendo avversari del calibro di Jimmy Connors e Björn Borg.

Se L’impero della perfezione faceva leva quindi su tesi cinefilo-filosofiche dall’indubbio fascino, Gueilburt punta tutto sul cinema d’inchiesta cui ingloba un romanticismo contagioso e irresistibile, figlio anche dell’inevitabile aura che circonda uno sport come il tennis e che non è comune a tutti gli sport. La sua indagine, che segue pedissequamente tutti gli step e gli inciampi affrontati da Puppo, porta alla luce non solo i traguardi dello sportivo, ma anche di Vilas uomo, della sua personale ricerca identitaria, confluita rapidamente in uno stile unico, e nel suo vivere abbracciando il suo tempo (affascinato dagli hippie, ne condivise lo stile di vita e la filosofia). Dal temperamento sanguigno, da buon argentino, Vilas seppe imprimersi sul pubblico degli anni Settanta perché di quel decennio incarnò lo spirito ribelle e anticonvenzionale, e contribuì a rendere più festose le giornate in un paese spesso martoriato da pesanti conflitti interni.

Lo sport è davvero in grado di unire le persone, ma le persone che amano quello stesso sport hanno il potere di porre rimedio a un’ingiustizia, ed è lo scopo che sia Puppo prima che Gueilburt poi con la cronaca di questa inchiesta si sono dati. E il fatto che questa storia non si concluda con il più classico dei lieti fine aggiunge quella vena malinconica capace di elevare ancor più il risultato, persino al di là della somma delle sue parti.

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