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Considerandolo nel – solo – panorama seriale nostrano, il nuovo progetto di Matteo Rovere, Romulus, in uscita il 6 novembre, rappresenta davvero un’eccezione. Le prime due puntate viste in anteprima alla Festa del Cinema di Roma dimostrano la medesima attenzione alla materia che il regista e produttore aveva dedicato a Il primo re, anch’esso girato in protolatino e ambientato prima della fondazione di Roma. Ed è bene anzitutto ricordare che quando ci riferiamo al protolatino non parliamo di una lingua vera e propria – tanto meno del latino letterario che conosciamo un po’ tutti per sommi capi o i cui rudimenti ci restano da studi liceali o universitari – bensì il frutto di ricostruzioni comparative di vari ceppi e che derivano per l’appunto da documenti diretti o indiretti: un caleidoscopico ventaglio di idiomi, una sorta di babele linguistica che ben rifletteva il sincretismo linguistico delle popolazioni che abitavano intorno al Lazio. Era doveroso fare questa premessa proprio per sottolineare la cura filologica del testo filmico, tanto nelle scenografie, nei costumi, e quindi in tutto l’apparato formale, quanto, soprattutto, nell’uso del linguaggio.

In Romulus e Il primo re il senso del linguaggio si concretizza nella sua duplice funzione. È sia evocativo e solenne – pensiamo alle sequenze dove figurano le vestali con tutta la sinergia tra la prassi verbale e fisica che le caratterizza – sia una forma d’azione: i dialoghi sono in questo senso scarni e immediati e vanno a connotare il carattere ancestrale e archetipico di quella fase di mondo arcaico che Rovere ha scelto di rappresentare. La serie segue i conflitti che coinvolsero le popolazioni della Lega Latina prima della nascita di Roma, i cui trenta popoli vivevano da anni sotto la guida del re di Alba, con siccità e carestia che ne minacciavano prosperità e ricchezza. Al di fuori dei villaggi c’era un luogo oscuro invalicabile e abitato da creature mostruose, dove venivano periodicamente mandati i giovani per dare prova della loro virtù.

Il punto di vista è quello di tre ragazzi torturati dalla morte e dalla violenza di quell’universo: Yemos, Wiros e la giovane vestale Ilia, interpretati rispettivamente da Andrea Arcangeli, Francesco di Napoli e Marianna Fontana. Non sappiamo ancora come si evolverà la serie né che significato assumeranno questi tre particolari punti di vista. Fino ad ora gli elementi peculiari e caratteristici dei singoli personaggi sembrano ben definiti e sono tutte e tre figure accomunate dal senso di smarrimento rispetto alla violenza che si trovano a dover impiegare. Sono giovani che si ribellano ponendosi contro una tradizione, religiosa, legislativa o bellica che sia, oramai consolidata, e le interpretazioni degli attori, specialmente quella della bravissima Marianna Fontana che ricordiamo per Capri Revolution di Mario Martone, ne restituiscono interamente la complessità. Interessante poi il doppio piano narrativo su cui si sviluppano le prime due puntate: da un lato, il mondo infernale, poetico e lugubre della selva; dall’altro, la dimensione del villaggio con tutte le regole e i codici da seguire, con i suoi non detti e patti stipulati nel silenzio.

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