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Lo studente di Detroit techno presenta la sua tesi di laurea: dopo quattro anni di pubblicazioni in 12”, The Hi-Tech Mission è l’album di esordio di Mattia Trani, ormai in grado di scrollarsi di dosso la definizione di “figlio d’arte” (il ragazzo ha avuto la fortuna di avere come padre il mitico Marco Trani, ma anche la sventura di perderlo molto presto: cogliamo l’occasione di segnalare il bel documentario STrani Ritmi, pubblicato un anno dopo l’improvvisa morte del più grande DJ italiano so far) per affrontare con le proprie forze gli sviluppi di una carriera basata fin dall’inizio su umiltà, voglia d’imparare e grande, grandissima passione. Dalla fondazione nel 2012 a Bologna della Pushmaster Discs (non a caso definita “Underground Techno & Inspired Real Detroit Hi-Tech Soul Label”), al podcast del febbraio 2015 ospitato niente meno che da Radio UR, alle uscite per la berlinese Wet Cellar e la viennese Minimalsoul, fino alla recente pubblicazione dell’EP 313 Times per la detroitiana Nightripper Records, i passi di Mattia Trani sulle orme dei padri fondatori del suono elettronico della Motor City sono finora stati tutti sensati e mai avventati: e con questo long-playing l’italiano dimostra di aver studiato non mnemonicamente, ma interiorizzando e facendo collegamenti e rimandi incrociati.

I numi tutelari sono tutti, direttamente o indirettamente, evocati: la first wave di Juan Atkins (tra l’altro tra i remixer di 313 Times), Kevin Saunderson e Derrick May, i prosecutori Jeff Mills e Mad Mike Banks, via Underground Resistance e Galaxy 2 Galaxy (vedi anche Gerald Mitchell, che ha già incrociato Trani nel 2014 per un remix di Over The Future). Da questo mondo derivano i riferimenti cosmico-futuristici, il concept del viaggio nello spazio, ma soprattutto la gran parte dei suoni e dei ritmi scelti per innervare un album comunque vario e godibile. Dopo l’introduzione di Departure, dove un robot dal vago accento italo-americano presenta la missione e lancia il countdown, i bpm spaziano da sotto i cento (il trip-hop downtempo di Low-Tech Descending) a vertigini intorno ai 170 (la jungle finale di Future Funk Return). Con le linee jazzate della d’n’b’ nineties di Traffic 2 Traffic si vola da Detroit a Bristol in pochi minuti. La traccia che dà il titolo all’album, e di cui rappresenta il vertice, è una fresca ventata di pura aria nu school detroitiana. Il martellante assolo di piano midi in Symphony of a Cosmic Goddess sembra provenire da un Herbie Hancock sotto anfetamine; The Detroit Student e Alien Pattern pagano pegno al miglior Mills. Così come dal buon jazzista contemporaneo che reinterpreta gli standard non ci si può attendere troppa innovazione, di certo il primo valore di The Hi-Tech Mission non è l’originalità, ma l’album trasuda passione e dimostra una dedizione alla causa che non è mai maniera. Lo studente Mattia Trani è diventato dottore.

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