• Mar
    18
    2016

Album

Moshi Moshi

Add to Flipboard Magazine.

2013 è il disco di un viaggio, non solo fisico ma anche artistico. Quando Meilyr Jones (ex Race Horses) si ritrovò in breve tempo senza una fidanzata e senza un band, nell’anno indicato dal titolo dell’album, poche furono le scappatoie che gli permisero di reagire con spirito propositivo: la musica, l’arte, la letteratura e Roma. La Capitale è stata per il cantautore/compositore inglese un vero tempio creativo a cui votarsi per arricchire la sua sete di intellettualismo, per avvicinarsi a una condizione culturale (e storica) alquanto lontana da quella dei paesi anglosassoni. La suddetta è diventata anche l’occasione per dare piena libertà alla propria produzione, la quale si dispiega nell’incontro tra il pop, i sintetizzatori e la musica orchestrale, grazie ad arrangiamenti classici (barocchi, anche) innestati nelle articolazioni della popular music, tanto da risultare in alcuni frangenti come una potenziale colonna sonora. Jones, infatti, si è servito di un’orchestra di 30 musicisti, che si dimostra l’elemento più caratterizzante dell’album.

Le rovine e il passato tanto ci insegnano quanto (talvolta) li sfruttiamo per riscattarci, o come vanto, finendo poi per compiacerci. Chissà qual è il caso di Jones, che ci consegna un buon ventaglio di riferimenti culturali e intellettuali per tutta la durata del disco, tanto da indurci a leggere in questi una certa autoreferenzialità. Fin dall’apertura con How To Recognise A Work of Art il musicista ci pone di fronte a una questione basilare non solo all’interno dell’arte visuale, ma anche della musica, ovvero il nodo ostico del giudizio, cosa differenzi un’opera d’arte da ciò che arte non è; da qui partono poi le diramazioni letterarie (e non), da Macbeth a Byron, a Goethe, con un sottofondo di Dante e Tasso e, perché no, Kurt Cobain. Il più famoso tombeur de femmes della storia, Don Giovanni, riprende vita nell’orchestrale Don Juan, dove clavicembalo, clarinetti e archi, fanno da tappeto sonoro per il synth pop del ritornello. Accenti zimmeriani, come in Passionate Friend o Refugees, sembrano proprio calcare la mano su uno stile musicale da camera, mentre la delicatezza compositiva si esprime al meglio in Rain In Rome, in cui modulazioni vocali digitali si mescolano a suoni reali, come il rumore della pioggia sui tetti.

La coesistenza tra la contemporaneità del pop e la coralità della musica orchestrale viene sintetizzata qui in una produzione adatta a scopi cinematografici o teatrali, se pensiamo alle rappresentazioni canore dei musical: le voci femminili in Olivia, ad esempio, coinvolgono in un sing-along quasi da film Disney. Tutto ciò può essere un pregio quanto un difetto, soprattutto nell’ottica indie-pop da cui stiamo osservando questo disco e da cui lo stesso Jones parte. Quello che ci si chiede è quale sia il vero stile del cantautore – e si intende quello reale, naturale, non quello costruito. Non è una novità il mix di classicità e attualità – vedi Teho Teardo & Blixa Bargeld, ad esempio, o il «matrimonio malriuscito di musica pop e musica classica»(Jon Dennis, The Guardian) di Rufus Wainwright – ma è una strada poco battuta, e questo perché è difficile farlo veramente bene. Non bisogna solo essere bravi, ma anche geniali, possedere una sensibilità finissima nell’approccio al suono. 2013, invece, nonostante dia prova delle buone capacità compositive di Jones (innegabili), odora un po’ di manierismo, forse anche per l’insistenza del musicista nel porsi nella condizione dell’intellettuale dandy osservatore d’arte. Come riconoscere un’opera d’arte, si chiede Jones nell’incipit: non è artefatta, rispondiamo noi.

12 Maggio 2016
Leggi tutto
Precedente
Pity Sex – White Hot Moon Pity Sex – White Hot Moon
Successivo
James Blake – The Colour in Anything James Blake – The Colour in Anything

album

artista

Altre notizie suggerite