Recensioni

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Dici Britpop ed è subito Blur vs Oasis, la battaglia del 14 agosto 1995, ma anche Jarvis e la sua common people sotto il palco di Glasto, e poi certo gli Suede che accesero la miccia, e i Verve che la spensero e… continuiamo? La storia la conoscete, ma chi ha vissuto quegli anni folli (stringendo il campo all’essenziale, il biennio ‘94-’95, prodromi e codazzi a parte) sa che di band più o meno (in)dimenticabili e più o meno (in)dimenticate ce ne sono state in realtà decine, e che su quel carrozzone dorato – oro taroccato, si capisce – si scazzottò un bel po’ per salirci, con qualcuno che vi fu pure tirato su a forza, e non tutti ebbero la fortuna o la pellaccia di sopravvivere a quella pazzia collettiva. Magari non molti tra voi avranno un 12” degli Shed Seven a casa o l’unico LP degli Hurricane #1, ma se diciamo Supergrass, Ash, Elastica o forse anche Cast, Dodgy, Gene, sapete grossomodo di chi stiamo parlando e perché. E poi ci sono (stati) loro.

Belli, sfacciati, glam, stilosi. I Take That dell’indie, li chiamarono beffardamente. «È stato come imbucarci a una festa, finché non ci hanno scoperto e ci hanno buttato fuori», ricorda il frontman Johnny Dean, star per un quarto d’ora o poco più, in una recente intervista al Guardian. Lo vedevi su quelle copertine ed era praticamente la fusione post-post-nucleare tra Jarvis Cocker, Brett Anderson, il Bowie di The Man Who Fell To Earth e un giovane Paul Weller, con tanto di armamentario mod addosso; e gli onesti comprimari – i chitarristi Simon White e Chris Gentry, oggi manager di successo per Lemon Twigs, Phoenix e altri; il batterista Matt Everitt, attuale speaker di BBC6 music; del bassista Stuart Black non è dato sapere altro se non che si è dedicato al suo primo amore, l’edilizia – non erano da meno, tanto da guadagnarsi il discutibile titolo di band miglior vestita del lotto. Erano troppo perfetti i Menswear – anzi, [email protected] – per non sembrare dei Monkees in versione Camden ‘95, una mirabile quanto effimera creatura da laboratorio concepita per capitalizzare il più possibile, prima appunto di venire scoperti e buttati fuori, non dimenticando di buttarla un po’ in caciara tra risse, collassi nervosi, defezioni e presunti scandali. Ma andò proprio così?

Tali erano i tempi e tale era la fame di next big things che, solo sulla scorta di buona pubblicità, buoni sponsor (Russel Senior dei Pulp e Graham Coxon su tutti) e appena tre canzoni, pare ci si sia stata una vera e propria caccia per metterli sotto contratto, culminata in un anticipo spropositato di 750.000 sterline e un’apparizione a Top Of The Pops prima dell’uscita del singolo di debutto. Folle? Certo, ma stiamo parlando della stessa nazione che di lì a poco avrebbe perso la testa per le Spice Girls, non dimentichiamolo. Valli a capire, questi inglesi. E infatti la marea presto cambiò: nel giro di un annetto scarso tutti giù in fretta dal piedistallo, tra chi ne scese per salire tronfio in cima al mondo, chi si mise a cercare great escapes, e chi continuò semplicemente a fare la propria cosa. Ma, a differenza di altri destinati a (pur relativa) gloria o al dimenticatoio (salvo successive resurrezioni), i Menswear avevano però peccato di chissà quale hybris – o erano semplicemente i più facili da sacrificare; e allora giù di mannaia, dentro il tritacarne e che restasse solo infamia.

Che si trattasse di grande bluff / rock and roll swindle in salsa nineties, o più semplicemente di un’operazione ottimamente orchestrata, di fatto la loro fu una fiammata destinata a lasciare nel subconscio collettivo giusto una manciata di canzoni, ritornelli e videoclip; quanto alla succitata damnatio memoriae – in Albione: da noi sono rimasti roba per cultori – dopo 25 anni ci appare francamente immeritata. Basti pensare a quante next big things britanniche ben più pompate e dubbiamente accreditate ci è toccato sorbirci lungo tutti i noughties (non facciamo nomi per pudore, oh ruby ruby ruby ruby…). Ma questo è un altro discorso. Anzi no: questo cofanetto celebrativo di 4 cd, che raccoglie tutto – ma proprio tutto – quello che è stato registrato dai Menswear nel loro breve passaggio su questa Terra, arriva non solo a chiarire definitivamente le cose sul loro statuto, ma anche a offrirci ulteriore prospettiva, complice il tempo galantuomo, su un periodo / fenomeno musicale e di costume che fu tante – troppe! – cose, molte delle quali non erano chiare nemmeno ai contemporanei. Se, come ormai assodato da testimoni e storici (oltre che dalle carriere pre- e post- dei nomi più blasonati), il Britpop originale non era altro che plasticaccia, il gruppo più plasticoso di tutti non può che esserne il più rappresentativo.

Argomentando: se Suede, Blur, Oasis e Pulp sono i libri di storia, i Menswear sono la cartolina-bignami, o meglio ancora la diretta Facebook da un buco nero spazio temporale settato su Londra nel 1995. Basta far partire Nuisance e sei proprio lì, dentro quella bolla che sta per scoppiare, a respirare quell’atmosfera da fine impero carica di eccessi e sbruffonate, in bilico tra self-consciousness estrema e immane cazzeggio (solo gli inglesi sanno prendersi tremendamente sul serio e nel frattempo risultare incredibilmente leggeri e autoparodistici), mentre Sally non può più aspettare perché è già troppo tardi.

Menswear, still dal videoclip “Daydreamer”

Dandogli un’ulteriore possibilità, scopriamo allora come l’album di debutto dei Menswear non brilla(va) – giustamente – solo in virtù dei singoli (l’anthemica e già definitiva I’ll Manage Somehow; i Wire sornioni di Daydreamer; il glam prefabbricato, telefonato eppure irresistibile di Stardust; i Walker Brothers virati Turtles della superballatona Being Brave), ma si rivela un lavoro piuttosto solido, oggi pericolosamente in zona lost classic. Sarebbe sufficiente una The One che si mette in tasca tutti i Killers di questo mondo, o le ascendenze Pretty Things di Sleeping In, o i chitarroni indie rock di 123 West 3rd Street, o quel super concentrato di Jam chiamato Hollywood Girl, o lo struggimento loureediano di Piece Of Me… e pazienza se le influenze dei modelli coevi – Blur e Suede su tutti – sono smaccate e perfino ricercate: è solo il nome del gioco. Considerata la giovane età dei protagonisti (Gentry ne aveva appena 17) e le circostanze, sembra un piccolo miracolo, altroché.

Che dietro ci fosse di più lo si capisce anche dalla scelta delle cover: si faccia riferimento ad esempio, nel cd dedicato ai lati A e B dei singoli, alle riletture sorprendenti di Public Image (P.I.L.) o This Will Be Our Year (Zombies). Lo si capisce ancora di più adesso che grazie a questa raccolta abbiamo in veste ufficiale il pezzo mancante del puzzle: il secondo album “perduto” ¡Hay Tiempo!, inciso nel caos più totale dopo l’abbandono di Matt Everitt (che andò negli ancor più sfigati Montrose Avenue – se ve li ricordate, non vi serve leggere questa recensione), costato un patrimonio all’etichetta e poi pubblicato nel 1998, a band sciolta e giochi definitivamente chiusi, solo in Giappone.

Menswear, still dal videoclip “Sleeping In”

Presentato a posteriori come sconcertante svolta country rock, a un ascolto attento rivela essere “soltanto” una raccolta di canzoni più mature, dalla grana più spessa eppure luccicante, ambizioso nelle orchestrazioni (a cui collabora Sean O’Hagan degli High LLamas / Microdisney), più prossimo a certo pop zuccheroso ’70s stile Hollies o Bee Gees (Every Sounds A Melody) quando non America (I’ll Sing For You è un calco della celebre Horse With No Name), passando per inevitabili cadenze para-Oasis o addirittura Verve / Ride, quando il pedale spinge sulla psichedelia (Wait For The Sun, Shine); il tutto si risolve in definitiva in un lavoro non povero di suggestioni (su tutti, i Floyd ripassati Spiritualized via Pretty Things di Lower Loveday), ma di fatto inutile, se non a posteriori.

Suggestioni che proseguono con il quarto cd di outtakes tratte dalle medesime session, da cui si sarebbe potuto trarre un terzo capitolo, anch’esso intrigante per gli innumerevoli what if… che sbocciano a ogni traccia (la potenziale hit Coming Back For More, il ricco e invero delizioso siparietto Zombies Weekday People…), piantando infine nella mente di chi ascolta senza pregiudizi la convinzione che questa supernova – senza champagne – di band, questa congrega di beautiful losers veri (con buona pace di Brett & co.) avrebbe avuto la possibilità di evolversi in una carriera se non sconvolgente, quanto meno interessante.

Con l’ipotesi reunion del tutto fuori discussione (tra le altre cose Johnny Dean, dopo una recente diagnosi di Asperger, è oggi impegnato in altre più nobili cause), quella dei Menswear resta la storia meno raccontata e più controversa (e, forse, più bella) del Britpop. Sia come sia, la Storia – quella con la S maiuscola – è stata ormai scritta: tutto ora è a disposizione, per chi vuole scoprire e riscoprire. Confidiamo che ci sarà sempre qualcuno che alle baruffe risibili dei Gallagher possa preferire una credibilissima versione di I Can’t Smile Without You di Barry Manilow (chicca assoluta del cofanetto, per chi scrive), risultando infinitamente più cool e oltraggiosi.

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