• Ott
    01
    2006

Album

V2 Music

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Quindici anni di onorata carriera antologizzati in due cd che potrebbero (dovrebbero) fare la gioia dei novizi e dei fans. I novizi troveranno nel primo dischetto Stillness Breathes 1991-2006 quattordici pezzi che rappresentano piuttosto bene il piglio visionario e deragliante dei Nostri, per quanto la selezione sia comprensibilmente sbilanciata sul versante più accessibile e sognante. Certo, inserire tre titoli dall’ultimo The Secret Migration – discreto lavoro per carità, ma ad oggi il loro peggiore – e uno soltanto da Boces, è una scelta che grida vendetta al cielo. Però è una chiara conseguenza del fatto che i Rev tengono più a ciò che sono diventati che a quello che furono. Vogliamo fargliene un torto?

Quanto ai fans – inclusi i simpatizzanti semplici – potranno ben gioire per il secondo dischetto appropriatamente titolato The Weird Years, zeppo di rarità e versioni alternative che confermano tutta la versatilità della band, con qualche gustosa sorpresa. Innanzitutto quella Clamor appartenente al periodo pre-Rev, allarmi di chitarra e cupa ostinazione di basso per una sorta di Joy Division meets Iggy Pop, più l’anomalia strepitosa d’un violino. E che dire della versione di Coney Island Cyclone dalla John Peel Session del ’91, quel brio funk instabile e trepido, l’oboe, il flauto e il clarinetto a spettinarne l’estro tanto che non sai dove finisce la furia e dove inizia il raziocinio?

Quanto alle cover, se non stupiscono i devoti omaggi al folk con il traditional Streets Of Laredo e la dylaniana He Was A Friend Of Mine, e se staccano il biglietto tanto una Lucy In The Sky With Diamonds quanto una fedele Philadelphia (un accorato Neil Young dalla soundtrack dell’omonima pellicola di Jonathan Demme), c’imbattiamo di contro in autentiche meraviglie come l’incanto irreale di Afraid – fiore colto dal misterioso giardino di Nico – o il vetroso electro-glam della bowiana Memory Of A Free Festival, con quel pazzesco, scrosciante, fantasmagorico assolo di chitarra (se è una chitarra, of course). C’è dell’altro, naturalmente, a partire dalla comparsata di Alan “Suicide” Vega a strattonare la bieca Deadman per arrivare ai Chemical Bros che centrifugano una incendiaria Delta Sun Bottleneck Stomp. Sia chiaro, non è che dopo questo disco ne sappiamo di più sui Mercury Rev, sarebbe chiedere troppo alle possibilità di una raccolta. Al più, conferma ciò che di loro sapevamo. Tra una meraviglia e l’altra.

1 Ottobre 2006
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