Recensioni

Parigi. Oggi. Grégoire Canvel, Louis Do de Lencquesaing, è un produttore cinematografico vicino ai cinquanta anni e ai venti di carriera. Il suo è un lavoro molto impegnativo e la veloce sequenza iniziale lo racconta impegnato in una telefonata, sono varie in realtà, che dura tutto il giorno. Ciò nonostante Canvel è un buon padre, specie per le sue due figlie più piccole Valentine e Billie, Alice Gautier e Manelle Driss mentre i rapporti con la figlia più grande Clémence, Alice De Lencquesaing, si fanno più complicati. La moglie Silvia, Chiara Caselli, lo ama e lo stima molto ma è vittima innocente del rapporto conflittuale che si crea tra gli impegni del marito e l’affetto che egli non può dedicare alle sue care. Il lavoro dell’uomo è, oltre che impegnativo, anche molto rischioso e una convergenza negativa lo spinge verso il dissesto finanziario, allo scoramento e a un gesto estremo e folle. Le sue donne ne ereditano il nome e i segreti, ricominciando a vivere in un altrove nuovo e pieno di possibilità.

Il film è delicato e sapientemente organizzato dalla regista – evidente il suo ruolo qui anche di sceneggiatrice – e si arricchisce ogni istante di particolari non necessariamente utili alla vicenda principale ma carichi di un valore che lascia percepire allo spettatore come, sotto il livello più semplice e limpido, tutto sia più profondo narrativamente e diegeticamente. Il montaggio delle sequenze, il gioco dei campi spesso alternati per lunghezza o per posizione fanno trasparire tutta l'ambizione di chi mette in scena, la sua volontà, la sua emergenza espressiva sincera e già matura. Il film racconta tante storie che confluiscono per caduta nella vicenda prima, dissemina molti dubbi e ne chiarifica altri, dice senza che sia chiesto e non dice quanto è necessario alla curiosità dello spettatore.

Presto, le donne sono protagoniste assolute. Caselli è perfettamente calata nel suo ruolo e i riferimenti al cinema dei Maestri per la costruzione del personaggio principale femminile – indubbiamente più che cinefila è la regista – sono ampi e facilmente rinvenibili. Un viaggio in Italia per la famiglia è alle porte e proprio durante questo l’esito drammatico inizia a manifestarsi con le prime avvisaglie di cambiamento. La suggestione inevitabile è quella per Viaggio in Italia di Roberto Rossellini del 1953 e con l’interpretazione superlativa di Ingrid Bergman nei panni della Signora Joyce. Il tempo delle rovine, ampiamente mostrate, occupa il tempo del racconto impossessandosene e Ravenna e i suoi affreschi qui, così come Pompei e le sue figure nella lava per Rossellini, segnano le vicende del presente dei protagonisti incontrovertibilmente e si ricongiungono al senso dell'esperienza temporale “pura” della quale parla Georg Simmel.

La figlia maggiore è quella che soffre maggiormente quanto accade ma riesce a superare il dramma aprendosi alla vita e all'accettazione coraggiosa dei segreti del padre, alla scoperta dell’amore che la rende donna e la priva, finalmente, del ruolo liminare al quale l'età l'aveva obbligata. Su di lei lo sguardo della macchina da presa, di una regista di poco più anziana, si posa lieve e delicato, quasi a raccontare le vicende con il piglio innocente del girovagare dei protagonisti della Nouvelle Vague, del loro essere inseriti in uno spazio privo di raccordi o conseguenze. Le passeggiate per Parigi si riempiono di poesia del quotidiano e la giovane scopre così verità assolute in un tempo relativo e suo.

In Italia non si è parlato molto della morte per suicidio di Humbert Balsan, prima attore e poi produttore cinematografico molto noto in Francia. Questo è il segreto del film: racconta questa vicenda umana e professionale. Hansen-Love doveva affidare a lui il suo primo lungometraggio Tout est pardoneè (id., 2007) ma il destino del film e dei suoi responsabili fu un altro. La giovane regista si affida alla sua conoscenza limitata ma importante di Balsan per omaggiare il produttore raccontando un cinefilo che vive quanto tristemente vaticinato da Federico Fellini nei tristi anni '90 della crisi del cinema: il film finisce quando finiscono i soldi.

La conclusione, con l'addio a Parigi raccontato per le strade, ancora una volta secondo i dettami magnifici della Nouvelle Vague, con il sottofondo musicale di Doris Day che canta Que sera sera è il meraviglioso invito, augurio e desiderio di credere che comunque tutto andrà bene e che il cinema non morirà mai. Il gesto d’amore di Hansen-Love è squisito ed è un postumo grazie a chi come Balsan/Canvel ha dato tutto per scrivere sulla carta che brucia. L'amore per il cinema va oltre la morte dei suoi protagonisti. L'opera che essi hanno creato, produttori come registi, attori come “trovarobe”, assistenti di scena come montatori – tutti ampiamente mostrati nel film – li fa sopravvivere alla morte e li salva dalle miserie umane. Questo film è per tutti loro, per tutti i padri dei figli della regista, per tutti coloro che hanno dedicato la loro vita al cinema e, quindi, seppur in ultima e piccola parte, anche a noi che di esso parliamo e ci nutriamo.

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