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La saga di Michael Moore continua. Dopo l’incursione nel mondo della disoccupazione inRoger And Me, dopo la scorreria negli States dalle pistole facili di Bowling at Columbine, dopo il pamphlet scaccia-Bush sparato pochi giorni prima delle elezioni presidenziali diFahrenheit 9/11, ecco il pluripremiato Moore avventurarsi negli impervi scenari del sistema sanitario americano.

Ma non è solo un cinema, quello che ne viene fuori. Il film, denuncia dopo denuncia, constatazione dopo constatazione, diventa laradiografiaimpietosa del disastro sanitario che ha spedito il paese più potente del pianeta al 37° posto nella classifica mondiale che certifica la qualità dell’assistenza medica.

Ma, contrariamente a quello che dovrebbe essere un referto, una relazione clinica, non vi è nulla di asettico ed impersonale, in questa radiografia, poiché tutto il documentario è filtrato dallo sguardo cinico, molto ironico, di Moore. Ma non basta. Moore non è solo il regista dell’operazione.   

Moore è anche l’attore numero uno della rappresentazione. È l’indispensabile raccordo in carne e ossa che permette di cucire, legare insieme, tutte le storie e gli scenari – dal locale al globale: America, Canada, Inghilterra, Francia, Cuba – che il racconto ospita. Perché, in fondo, Moore non è solo ilfiltro attraverso cui passa il nostro sguardo.

Ma è anche il setaccio attraverso cui passa la nostra percezione dell’americano medio. Come nelle sue opere precedenti, Michael Moore, con il cappellino rosso, la giacca di pelle, le sneaker ai piedi, è l’identificazione dell’americano medio.

Non è un dettaglio da poco. Anzi, questo ci permette di cogliere meglio le sue intenzioni. Moore si traveste da Americano Medio per tre ragioni. Prima ragione: per potenziare il suo punto di vista. Una volta travestito, lo sguardo di Moore appare situato all’internodel sistema, come quello di un testimone. Se avesse indossato i panni del Regista da Oscar, il suo sguardo sarebbe stato percepito fuori dal sistema, al di sopra del sistema: da testimone sarebbe passato a giudice. Seconda ragione: per farsi accogliere dalla comunità di americani medi inguaiati dal sistema sanitario senza ergersi a paladino o santone. Terza ragione: per porsi immediatamente come contraddizione, come una controparte diversa e disturbante, anche solo a livello fisico– per il tipo di corporatura, per il modo in cui parla o veste – quando il documentario lo porta in giro per il mondo per saggiare altri sistemi sanitari.

Con l’attenzione costante rivolta al corpodei pazienti, ma anche al corpo del regista-attore, questo documentario ricorda gli studi di Michel Foucault. Lui stesso avrebbe pensato il film come una buona analisi della biopolitica – cioè del modo in cui il potere amministra e dispone della vita degli uomini. La gestione del corpo umano nella società americana, il suo impiego, il suo controllo, sembra non lasciare scampo agli incubi di un neoliberismo applicato e pervasivo come mai prima.

2 Ottobre 2007
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