• Mag
    01
    2018

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Lumachina Records

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Che fossimo secchioni noiosi o avventurieri punk, se abbiamo frequentato le scuole superiori in Italia abbiamo fatto i conti con Dante Alighieri e la sua Divina Commedia. Abbiamo odiato la sua scrittura (apparentemente) rigida in terzine di endecasillabi; ne abbiamo spesso odiato l’autore, così – a tratti – pieno di sé e sprezzante nei giudizi; abbiamo soprattutto odiato che ce ne fosse imposta la parafrasi e l’esegesi, quando noi eravamo tutti presi dai Velvet Underground, dai Nirvana, dai poeti beat, dalle proteste politiche dei Clash. Abbiamo più di tutto odiato i carnefici, quei prof che dall’alto della loro vecchiaia, ci guardavano come dei mentecatti perché non capivamo la grandezza della più grande opera in versi della letteratura italiana, forse anche mondiale; e soprattutto abbiamo odiato lei, Beatrice, che negandosi aveva provocato tutto questo. Non ci hanno mai fregato le riletture “moderne” da Smemoranda che dipingevano la Commedia come un trip lisergico e Dante come un cantore della psichedelia medievale, o l’ossessiva rimessa in onda delle letture di Vittorio Gassman o Roberto Benigni: la Divina Commedia non poteva toglierci il sonno come le poesie di Baudelaire, l’ardore hobo di Kerouac o la maledizione sensuale di Cobain.

Passano gli anni e l’impeto giovanile si smorza. Non che abbiamo mai rinnegato la nostra formazione musical-culturale, ma ci vengono più dubbi; dubbi che da giovani idealisti abbiamo preferito lasciare ad altri, alla ricerca come eravamo di assoluti. È successo anche a Michele Bacci che – confessa – da ragazzo non aveva mai davvero letto i canti della Commedia. In qualche modo, però, gli sono rimasti dentro, come se nell’adolescenza, senza che se ne potesse quasi accorgere, avessero messo in movimento un motore: dapprima girando lento, borbottando nelle sue notti passate a riascoltare Gassman su YouTube, poi piano piano aumentando di giri, sconfinando – lo possiamo scrivere senza tema di smentita – in un pensiero fisso: la personale riscoperta di un’opera levigata per una vita intera, potente, che ha sconfinato oltre il proprio tempo e che ancora oggi smuove animi e menti; gli è definitivamente entrata sotto pelle e non lo lascerà – crediamo – mai più.

Avendo a che fare con un poema-mondo, Michele Bacci doveva trovare una sua strada per fare propria la Commedia. Via le interpretazioni più classiche, senza però dimenticarle del tutto, e dentro la propria visione di un unico grande e lungo film che è, sì, un po’ un viaggio psichedelico dentro di sé, ma anche dentro alle relazioni umane dell’epoca di Dante come dell’oggi, alla politica, alla teologia, alla filosofia. In una parola, “universale”. Che cosa poter dire allora? Ecco il disegno di una colonna sonora ispirata tanto ai commenti musicali dei film di Sergio Leone composti da Ennio Morricone quanto al jazz classico, alla fusion, alla classica contemporanea: la colonna sonora di un poema-mondo doveva essere un mondo a sua volta. Michele Bacci comincia a comporre usando la voce di Vittorio Gassman come guida ma quest’ultima, oltre a presentare problemi di copyright, non è l’ideale per il suo progetto. In fondo, quando Dante si ritrova nella selva oscura ha trentacinque anni: è un uomo adulto, ma non ha certo la voce anziana e matura che normalmente gli associamo. La voce giusta la trova in Alessandro Zurla, attore e doppiatore che – la cabala numerica colpisce – ha esattamente trentacinque anni quando entra nel progetto, che nel frattempo ha assunto il nome di dantemotivo. Il volume uno (dei quattro che comporranno l’intera rilettura sonorizzata dell’Inferno) contiene i primi otto canti, quelli in cui Dante incontra Virgilio, si trova di fronte le fiere della selva, oltrepassa la porta degli inferi e incontra i primi dannati nei gironi, diciamo così, più blandi.

Solo con questa prima parte, Bacci si è trovato a comporre quasi un’ora e mezza di musica – il che fa pensare che i quattro volumi si aggireranno sulle sei ore complessive: come trovare una via che permettesse di non perdersi, di non farsi sopraffare completamente dalla parola? Proprio come Dante sette secoli fa, Bacci si dà delle regole: limita il proprio estro compositivo per permettere a tutta la sua inventiva di trovare la giusta strada. Nascono così le essenze, l’idea cioè di accoppiare a situazioni simili, simili idee musicali. In dantemotivo, come in ogni buona colonna sonora, ci sono quindi solo i temi che si associano ai diversi personaggi, ma – per esempio – ogni volta che si parla di Dio o Dio fa sentire la propria presenza, nella composizione musicale compare un coro; ogni volta che Dante fa uso di una similitudine, Bacci ricorre alle chimes; quando la morte compare nei versi, Bacci la sottolinea con grancassa o timpani. Invenzioni di questo tipo servono al compositore a organizzare il canovaccio sonoro di ogni canto sul quale, poi, ha la libertà di lasciare andare la propria inventiva su melodie, scovate timbriche (molto bello, per esempio, l’uso del pianoforte in alcuni punti come elemento distensivo) e ritmiche, in un commento sonoro che dà tridimensionalità ulteriore alla notevole interpretazione di Zurla.

Colpiscono, lungo questi due primi CD, sia la coesione della composizione, sia la sua varietà. Se una ricerca di punti di contatto, di rimandi interni per offrire all’ascoltatore riferimenti topografici, erano indispensabili per poter progettare il tutto, il rischio di ripetitività era dietro l’angolo. Pericolo scampato, come testimonia un ascolto della sola musica (gli otto brani sono disponibili nel cofanetto anche senza la traccia vocale di Zurla): ci si sente immersi in un paesaggio sonoro familiare per i riferimenti già indicati, ma allo stesso tempo è come se fossimo dentro una composizione potenzialmente infinita, come un fuoco infernale che brilla ogni secondo, ipnotico e magnetico, di faville diverse, eppure uguali. Che il viaggio continui fino a che si tornerà a veder le stelle è una buona notizia per Dante e per chi ascolta dantemotivo.

2 Maggio 2018
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