Recensioni

7.2

Si compie un errore sottovalutando Mick Harvey, trattandolo alla stregua dei numerosi “cattivi semi” che negli anni hanno scortato il peregrinare del Nicholas Cave. Premesso che ognuno di loro ha, chi più chi meno, lasciato una traccia importante e che i Grinderman rivelano un Nick più collaborativo di quanto si credesse, giova sottolineare che – laddove Blixa fu braccio adeguatamente “sinistro” – il più quieto Mick rappresentava il destro. Quello riflessivo e razionale volto a ponderare mosse e dichiarazioni, nel mentre ostenta un poliedrico talento strumentale e interessi artistici multiformi.

Nel suo secondo lavoro solista vero e proprio in un decennio buono – da computare due tributi a Serge Gainsbourg e una sfilza di colonne sonore – Harvey si affida ancora  all’altrui penna, tuttavia l’insieme, invece di risentirne, ne esce rafforzato. La (sporca) dozzina di brani qui contenuti è dunque esemplare nel raccontare un artista maturo, che va oltre il sideman di lusso o il mero interprete con poco da aggiungere. E’ in sostanza un passo avanti considerevole rispetto al già buono One Man’s Treasure del 2005, nonché la sua cosa migliore con le personali riletture del repertorio di “Gainsbarre” proposte su Intoxicated Man.

Stilisticamente non prospetta alcunché di inatteso Two Of Diamonds per chi oltre che a Re Inkiostro ricorda bene i Crime And City Solution: sfilano qui canzoni d’autore intrise di tradizione che non schiaccia, intessute di folk, country e blues. Agili nel transitare da un Cohen seduto sulla “Mercy Seat” (Little Star) a sospensioni degne di un Hazlewood in formato chansonnier (Sad Dark Eyes,Here I Am), meglio se attraverso una briosa Out Of Time Man dei Manonegra che, nella collisione tra The Passenger e Love Me Two Times, sostituisce il lungo Senna con deserti Go-Betweens. Slow Motion Movie Star e il gospel bianco Everything Is Fixed potrebbero appartenere al più tragico Lanegan e nessuno avrebbe a che ridire; Home Is Far From Here porta Dylan in punta di piedi verso Morricone, tratteggiando insieme a Blue Arrows – breve dipanarsi di pop venato jazz e contenuto melodramma – i momenti migliori. Che è, l’avrete afferrato, una delle più riuscite nell’ambito rock “classico” ad aver visto la luce nel fin qui piuttosto mediocre 2007. E ciò, si badi, a prescindere dall’identità dell’autore originario.

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