Recensioni

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Se l’aggettivo “strano” associato a un gruppo pop-rock ha ancora senso nel 2021, i Midnight Sister si appropriano dell’etichetta senza troppi complimenti. Loro sono in due, la talentuosa vocalist Juliana Giraffe e il musicista Ari Balouzian, e Painting The Roses è il loro secondo lavoro, che arriva a tre anni dal precedente e acclamato Saturn Over Sunset. Ma confinare la coppia losangelina in un ambito prettamente musicale sarebbe riduttivo poiché l’attività dei due lambisce i campi della moda, della visual art e delle colonne sonore. Strani, quindi, nel senso di multidisciplinari, saltimbanchi, giocolieri. Sicché dipingere le rose diventa quasi un saggio di Art attack, anche se poi di aggressivo la coppia ha ben poco, preferendo al contrario un approccio molto più morbido, ancorché pervasivo, un soft power dai connotati cortesi e suadenti.

Il sophomore del duo è opera fresca, stilosa, dal sapore cinematico e che si muove principalmente tra dance, folk, glam e psichedelia. Una storia cucita addosso alla musica e composta di tanti racconti, con la Giraffe a calarsi in varie interpretazioni, maschere che non nascondono ma rivelano la vita che c’è dentro. La stessa frontwoman, di origini argentine, si è riconnessa con le sue radici proprio durante la lavorazione dell’album, recandosi nel suo paese natale alla riscoperta della sua cultura. Non a caso l’opening track Doctor Says, oltre a presentare reminiscenze psych rinfrescate da melliflui fumi pop di matrice 70s degne dei Metronomy, suona alla maniera di una specie di tango in salsa surf, come i Lively Ones in una cover di Astor Piazzolla.

E che la componente visuale sia parte integrante della natura dei MS è confermato anche dal video del terzo singolo Foxes, un clip in cui scenografie e coreografie la fanno da padrone e nel quale una Giraffe in costume “aerobico”, avvolta da mantello bianco, con cerone pallido sul volto alla Ettore Petrolini e truccata pesante alla maniera di Pierrot, o di giapponesina nel periodo della fioritura dei ciliegi, si muove leggiadra come una Kate Bush dei giorni nostri. Il tutto, ventilato da spifferi sonori beatlesiani per un mix invero straniante.

E no, non si può ignorare la verve creativa dei relativi video neanche per gli altri singoli, vale a dire Wednesday Baby e la succitata Doctor Says. Nel primo veniamo calati in quello che sembra quasi uno sci-fi movie degli anni ’50; nel secondo in un contesto dai sapori andalusi, con tanto di Giraffe nei panni di torera. Ci sarebbe anche un quarto singolo, Satellite, uscito proprio a ridosso della pubblicazione del disco e il cui clip è un trionfo del concetto di riflessione inteso come fenomeno fisico, con il primo piano della cantante a moltiplicarsi, deformato, sullo schermo come dentro un labirinto di specchi del luna park.

Resta però l’offerta musicale il core business di questi perfetti fricchettoni da West Coast che rimescolano le carte a ogni passaggio. Sirens, per dire, è un curioso e riuscitissimo incrocio tra Chic, Earth Wind & Fire e Talking Heads; Escalator torna invece alle marcette lisergiche che fanno sempre tanto Haight-Ashbury, alternando però la verve militante alle arie, molto più reazionarie, di una soundtrack di un film di James Bond. Trasformisti in toto, i MS, anche quando in Deadly Departed rispolverano i Pink Floyd rileggendoli in chiave quasi chanson; oppure quando in Tomorrowland si colorano di trash-pop; o ancora, quando una My Elevator Song mescola correnti ascensionali free jazz a discese negli inferi noir; o quando una Limousine pare scaricarli di fronte all’entrata dello Studio 54. La Sorella sembra quella di una Mezzanotte scoccata da tempo, con il quadrante dell’orologio fermo al momento in cui un fulmine lo colpì. Ma lo sappiamo tutti che un orologio rotto, l’ora esatta la segna almeno due volte al giorno. E ti pare poco.

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