Recensioni

5.5

Italiani strana gente. Se guardiamo alla storia recente delle nostre rock band con ambizioni – diciamo così – radiofoniche, vediamo una mappa di colpi rimasti in canna o esplosi solo parzialmente. Con poche eccezioni. Passata la fumigante stagione di fine 90s, la palla è passata in mano a fenomenologie post-cantautorali anche molto apprezzate, ma che dal rock pescano con una certa parsimonia. Forse giustamente. Anzi, diciamolo: il rock che sparisce dai radar degli eventi discografici importanti, quelli dei numeri grossi, è una logica conseguenza, il segno dei tempi. Chiaro che mi piacerebbe svegliarmi con una band in grado di prendermi a ceffoni e farmi cambiare idea, regalandomi scosse e brividi ormai estinti. Ad esempio, i Ministri?

Di sicuro ci provano, questi tre milanesi. Da una dozzina d’anni. Barcamenandosi tra post-punk, hard raschiagola e post-grunge ammiccante. Il fatto che ci stiano provando è così evidente che per questo quinto album, due anni dopo il più che discreto Per un passato migliore, hanno scelto di farsi produrre da Gordon Raphael – uno degli artefici dell’ormai datato fenomeno Strokes – e di registrare a Berlino, negli studi Funkhaus, ex sede della radio della DDR. Il risultato è un disco che, sì, beh, insomma: piacevole. Ma: non incide. Aggiungerei: ibrido. Non sa decidersi.

Ammicca la radiofonia senza riserve (vedi Estate povera, sorta di cuginetta ruvida de L’estate addosso jovanottiana) tanto da proporre i Nostri come eredi adrenalinici della sensibilità pop anni Ottanta (una ballata come Io sono fatto di neve avrebbe potuto sfornarla Gianni Togni pressato da inquietudini 90s, oppure prendi la Nannini abboccata e fracassona di Balla quello che c’è), poi tenta di aggredire l’amplificatore affilando corde e testi (il lirismo ruvido di Cronometrare la polvere, la brutalità a gratis di Vivere Da Signori). Più spesso, appunto, la proposta galleggia nel mezzo, facendo sbocciare ballate turgide da Negramaro in sedicesimi (Le porte) e residui grunge rassicuranti (Il giorno che riprovo a prendermi).

Ho smesso da un pezzo di chiedermi se esiste la formula del successo, in particolare per quanto riguarda il rock in questo particolarissimo Paese. Bisognerebbe prima mettersi d’accordo sul significato di un termine così impegnativo come “successo”. In ogni caso, questo Cultura generale forse ha qualche numero per azzeccare l’appuntamento col versante mainstream, però nel complesso è poco appassionante, come può esserlo una messinscena di incazzature e amarezze e trepidazioni a faccia bigia. Tutto sembra destinato a sciogliersi assieme al trucco, una volta spente le telecamere. Non so se mi spiego.

Spiace un po’, perché almeno Idioti con la sua invettiva febbrile e la title track (fiabesca e visionaria come un’improbabilissima jam tra Billy Corgan e Ivano Fossati) lasciano trasparire qualità che per il resto sono rimaste nei camerini.

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