Recensioni

Il cantautorato americano al femminile, nella prima parte di questi anni Dieci, ha trovato alcune portavoce di altissimo spessore, capaci di prove intense, tanto intime quanto graffianti. Stiamo parlando, tra le altre, di Sharon Van Etten, Angel Olsen, Torres, Jessica Pratt e, sul versante più slacker-friendly, di Waxahatchee. Nonostante la lunga lista, la scena delle singer/songwriters made in USA è, per sua natura, forse meno satura rispetto ad altre situazioni stilisticamente più contemporanee ma anche più soggette ai cambi di stagione. Anche per questo motivo è giusto puntare i riflettori sulle decine di newcomers che annualmente si affacciano sul mercato armate di chitarra, voce e pochi altri fronzoli, consci del fatto che la probabilità di trovarsi di fronte al nome hip che dura un settimana prima di essere dimenticato, è più bassa. Due artiste che meritano certamente di essere approfondite sono Miya Folick e Abi Reimold.

La californiana Miya Folick esordisce a fine 2015 con il sei tracce autoprodotto Strange Darling, un lavoro che, per quanto piccolo, riesce a convincere già al primo ascolto, e non lo fa con effetti speciali o con una marcata originalità, ma attraverso un piacevole uso della melodia tagliata da una tensione emotiva non troppo distante da quella che caratterizza la discografia della Van Etten. L’iniziale Talking With Strangers è un brano che non ha nulla da invidiare alla produzione delle più acclamate colleghe, una ballata introspettiva che raggiunge il suo apice nel pseudo-chorushow did I miss this lesson when I was young?” sprigionato dal particolare timbro leggermente tremulo dell’americana. Assolutamente degna di nota anche I Got Drunk, la traccia più tipicamente rock dell’EP, ben caratterizzata da un micro loop di cori che ne accompagna i momenti più salienti. Avvolgente il sapore da tramonto a stelle e strisce della title track (“Will I want you by the end of this song?” si chiede la Folick), mentre in I Think this is The Dream Where I Met You la Nostra sfoggia un’estensione vocale tenuta a freno nei passaggi precedenti. Un vulnerabile confessionale che trasuda onestà.

La più irrequieta Abi Reimold invece esce dalla foltissima e attivissima scena di Philadelphia (vedi anche Emily Yacina) e debutta su formato lungo – dopo l’EP Forget, 2014 – con Wriggling, disco pubblicato su Sad Cactus Records e caratterizzato da un artwork che si propone come collegamento visivo tra la figura del cervello e una manciata di vermi. Rispetto a Miya Folick la songstress di Philly propone un sound più grezzo e corposo, elemento reso possibile dall’aiuto in fase di registrazione da parte di membri dei Mumblr, band alt-punk locale. Parallelamente il mood è maggiormente sinistro e triste (“sad” è tra i tag più utilizzati da Abi sul suo stesso Bandcamp), ma musicalmente l’intero operato suona come urgente e liberatorio, lontano dalle tonalità più malinconiche ed emo/lo-fi di Julien Baker, autrice di un interessante debutto pubblicato lo scorso anno, Sprained Ankle. Suonano incerte le prime note di Arranged, e continuano a suonare tali fino all’esplosione alt-rock di metà brano, uno dei tanti momenti di Wriggling in cui si esce dal reparto cantautorale per abbracciare soluzioni rock-oriented figlie degli anni ’90. Il saliscendi tra introspezione sussurrata e violente sferzate elettriche è lo scheletro di un disco a tratti sorprendente. Clouded, ad esempio, alterna almeno tre o quattro registri in tre minuti prima del grande e maestoso finale, Machine presenta in apertura chitarre twinkly, mentre la conclusiva Won’t Clot è forse la traccia più viscerale del lotto, pur rimanendo sospesa in un minimale dialogo chitarra-voce d’effetto.

Il timbro dell’americana è uno di quelli che trattengono a fatica lo stato d’animo legato ai testi: che sia rabbia, sofferenza o tristezza, è facile avvertire le vibrazioni sprigionate dalle corde vocali. Il fatto poi che alcuni brani abbiano le sembianze di abbozzi di due minuti è un segno che nella musica della Reimold non c’è spazio per il superfluo e per il troppo cerebrale. Insomma, è materiale che esce d’istinto.

Strange Darling Wriggling sono due dischi che, nel loro piccolo e nonostante le imperfezioni, ci sembrano ottimi biglietti da visita per due artiste che in futuro potrebbero realizzare album importanti. Voti: 6.9 a Strange Darling e 6.9 a Wriggling.

 

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