Recensioni

8

Scoprii i Modest Mouse per puro caso. Era l’autunno del 2003 ed esisteva un sito americano, direi legale, specializzato in musica indie, che permetteva di scaricare alcuni brani vecchi di qualche mese/anno, spesso contenuti in release minori o di difficile reperibilità. Non ricordo il nome, purtroppo, ma è grazie a quel sito che iniziai ad ascoltare “un-po’-tutta-quella-roba-lì”. Gli Okkervil River sicuramente (He Passes Number Thirty-Three per la precisione), Bonnie “Prince” Billy pure, i Grandaddy e ovviamente i Modest Mouse. Ricordo ancora i brani in questione: Never Ending Math Equation, Bankrupt on Selling, Polar Opposites, Every Penny Fed Car, Blue Cadet-3 e Do You Connect?.

Un approccio confuso – reso ancora più confuso dai miei diciotto anni – e incompleto ma abbastanza coinvolgente da catapultarmi violentemente nel mondo creato da Isaac Brock e compagni. Ancora prima di quello strano e schizofrenico incrocio di indie, lo-fi, emo, post-hc, Pixies e Minutemen del reparto musicale, ad avermi mandato in fissa era stata l’atmosfera che trasudava vivida da ogni nota. Era davvero come immergesi in una “long drive” nel “lonesome crowded west”. I titoli parlavano da soli: Four Fingered Fisherman, All Night Diner, Trailer Trash o Cowboy Dan. C’era tutta la disillusione costellata da fallimenti della grande provincia della West-Coast, ma non quella più stereotipata e fortunata (quella californiana) quanto invece quella maggiormente abbandonata a sé stessa e “mallfucked” (termine usato da Isaac stesso nel consigliatissimo documentario di Pitchfork dedicato a The Lonesome Crowded West) del north-west, tra i boschi, i paesaggi rurali e gli sperduti trailer park dell’Oregon o dello stato di Washington.

Sul finire di quel 2003 cercai di recuperare tutto il recuperabile sui Modest Mouse, non consapevole del fatto che da lì a qualche mese sarebbe uscita la loro prima – e unica – hit (Float On), che in qualche modo sancì l’inizio di un lento, inesorabile e sempre più accennato declino (vedi i singoli pubblicati durante il 2019). Durante quella fase mi imbattei ovviamente anche in The Moon & Antarctica, all’epoca l’ultimo album in ordine cronologico, nonché il più blasonato. Dopo vari ascolti continuavo (ed in parte continuo) a preferirgli il più evocativo The Lonesome Crowded West e l’anima frammentata, grottesca e pasticciata delle uscite precedenti. Non era una questione di classico integralismo indie accentuato dal passaggio ad una major (la Epic), semplicemente l’ascolto di The Moon & Antarctica non mi diede lo stesso scossone che mi provocò il primissimo approccio con la band di Issaquah (cittadina a un quarto d’ora di auto dai luoghi di Twin Peaks). Con il passare del tempo riuscii però a farmi coinvolgere sempre di più da tutta una serie di elementi che a conti fatti rendono il terzo album (ufficiale) degli americani uno dei must assoluti per chiunque voglia avvicinarsi ad un indie/alternative made in USA che proprio in quel periodo, oltre a venire oscurato dagli abissi MTV-ready (dal teen-pop al nu metal più furbo) del mainstream, stava per lasciare spazio alle nuove – più cool ed eleganti – leve (Strokes, Interpol…).

La produzione di Brian Deck (Red Red Meat, Califone) regala suoni curatissimi rispetto agli sandard dei MM – ben lontani dalle sporcizie DIY punkish degli esordi – e mai come in questa occasione gli overdub sono tanto frequenti quanto chiari, puliti. Il risultato è certamente più freddo e distante, ma questo aiuta a donare al lavoro quell’aria crepuscolare, ambiziosa, arty ma altamente universale. Una maestosità inedita per una band abituata a giocare d’istinto. In The Moon & Antarctica (titolo preso in prestito da Blade Runner) la “long drive” si fa meno terra terra, si eleva e diventa filosoficamente astratta, basti pensare all’iconico passaggio «The universe is shaped exactly like the Earth / If you go straight long enough you’ll end up where you were» contenuto nell’inziale 3rd Planet, uno dei brani simbolo dell’album (non furono estratti singoli, alla faccia del “passaggio a una major”). Questo senso di circolarità («and that’s how the world began, and that’s how the world will end», sempre in 3rd Planet) applicabile alla Terra, alla Luna e all’intero universo, torna più volte lungo un lavoro che a tratti assume le sembianze del classico concept album vagamente distopico-esistenzialista, in cui i viaggi intraplanetari fungono da metafore introspettive per la vita stessa («where do circles begin?», si chiede in The Stars Are Projectors). Abbiamo di fronte il Brock più ispirato di sempre nel mettere in fila versi memorabili («It’s hard to remember, it’s hard to remember to live before you die», in Lives).

Nelle prime nove tracce di The Moon & Antarctica è presente la più alta concentrazione di pezzi da novanta della discografia MM, una serie di killer tracks che inizia con la già citata 3rd Planet, prosegue in maniera magistrale con le distese acustiche di Gravity Rides Everything, per poi terminare con quello che è il pinnacolo/climax/l’ostacolo da superare del disco: The Stars Are Projectors e i suoi nove minuti che si muovono acidi, post-, progressivi, ritmicamente organici. Nel mezzo, spazio anche a quei passaggi di funky alticcio (Tiny Cities Made of Ashes) che, con risultati alterni, si faranno maggiormente largo nella produzione successiva degli americani, e ad incantevoli malinconie che rispondono al nome di The Cold Part (la sensazione di freddo è palpabile) e Perfect Disguise (uno dei tanti brani della discografia MM impreziosito dal contrasto strumentale donato dal banjo).

Nonostante l’highlight I Came as a Rat, la seconda parte, inaugurata dalla filastrocca barrettiana dai contorni country Wild Packs of Family Dogs), è forse lievemente meno incisiva, con alcuni rimandi più o meno evidenti alla discografia precedente (il riff di Life Like Weeds è quasi uguale a quello di Lounge). Brock, infine, conclude il disco (What People Are Made Of) alleggerendo i toni, tornando ad essere il Brock di sempre: «And the one thing you taught me ’bout human beings was this: They ain’t made of nothin’ but water and shit!».

In The Moon & Antartica i narratori del north-west mettono in atto il perfezionamento di un trademark sound che trovava già tutti i propri elementi distintivi (comprese le harmonics accentuate con il tremolo) in brani come Dramamine (1996). È quando si riescono ad incasellare almeno cinque top tracks assolute senza scendere a compromessi che nascono (nascevano?) i grandi classici del pop/rock. TM&A non fa eccezione.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette