• Apr
    01
    2001

Album

Matador

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Se CODY divorava le stesse prospettive che si proponeva di ravvivare, la terza prova su lunga distanza dei Mogwai riesce appena ad abbozzarne qualcuna. Spicca la parziale rinuncia allo schema classico – e francamente un po’ trito – del “piano + crescendo”, a vantaggio di un significativo lavoro sui timbri e sui dettagli (alla produzione c’è ancora Dave Fridmann) che apre ad inattese suggestioni folk. L’apertura è affidata alla palpitante Sine Wave, flebile frase di synth incalzata da singulti rarefatti di chitarra, gocce di vibrafono alla Tortoise, un drumming spezzettato e commosso, incursioni di rumore bianco che sanno rendersi morbide folate di memoria. Tocca poi a Take Me Somewhere Nice – malinconia di chitarre acustiche e canto dolcissimo, un velluto d’archi, l’evocativo respiro degli ottoni, interventi sintetici irrequieti – e a Dial: Revenge – sorta di madrigale screziato di sottile inquietudine elettrica – ribattere che qualcosa è davvero cambiato: bei pezzi, cocciutamente atmosferici, ma come crocifissi ad un impianto iconografico fin troppo studiato per sembrare autentico.

Poi i Mogwai sembrano preoccuparsi di spendere valuta più familiare, licenziando così la ballatona strumentale You Don’t Know Jesus, provvista del tipico contrapporsi nervoso di chitarre e batteria, l’antico furore nell’accumulo progressivo di amarezze, come una rabbia interiore ai limiti dell’esprimibile. Il gioco suona piuttosto artificioso, esausto, e non lo risolleva certo la pur dignitosa 2 Rights Make 1 Wrong, che col suo proliferare di situazioni (l’arpeggio serrato, l’assedio dolcissimo degli archi e dei fiati, le improvvise apparizioni di un banjo prima e di un coro celestiale poi) è emblema e sostanza dei Mogwai anno 2001, bisognosi di espedienti da giustapporre all’horror vacui che ormai li divora (che dal vivo diventa una sostanziale incapacità di gestire i mezzi toni, i fraseggi acustici, balbettii dispersi schiacciando il pedale del volume coi distorsori a manetta).

Chiude il programma la sghemba Secret Pint, una fragranza di piano, chitarra, voce e percussioni nobilitata da un ectoplasmatico velluto d’archi, come un sogno che svapora ad un passo dal compiersi.

1 Aprile 2001
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