Recensioni

6.5

Non ho mai avuto voglia di conoscere fino in fondo l’opera dei Bluvertigo, sembrandomi più posa che sostanza quel rimestare scellerato geometrie electropop di sfacciata matrice eighties. D’altro canto il Morgan-pensiero, così pervaso di scomodità intellettuali e nonsense puzzalnaso organizzati attorno ad un acume tanto angoloso quanto esibizionista, mi ha sempre infastidito ed attratto in egual misura. In altre parole, quest’uomo ha tutte le carte in regola per starmi sulle palle, però – com’è come non è – un po’ mi piace. Lo stesso posso dire di questo disco, debutto in solitario per Marco “Morgan” Castoldi, capace di strapparmi simpatia malgrado trasudi dandismo d’accatto e una strisciante civetteria da “inconsueto ad oltranza”, puntando stavolta l’obiettivo – messa da parte la venerazione per i maestri del synth pop (che, a parte una citazione dei Japan in Heaven In My Cocktail, traspare comunque in una certa algidità vocale) – sul cantautorato italiano dei sessanta stemperato con sapori soul e prog (!).

Pur sfiorando spesso l’artificiosità, mi è impossibile ignorare la spudorata tenerezza, l’asprigno spleen, la grana acerba di certe interpretazioni, tanto che alla fine sono proprio questi squarci d’intimo palpitante, d’anima ferita sull’orlo di un esistere insoddisfacente, a parlarmi col cuore vivo, ad imprimersi di più, malgrado la giocosità labirintica (certe complicazioni strutturali, l’eccessivo indulgere su espedienti testuali e d’arrangiamento) con cui l’autore si diverte a rivestirlo. Certo, non tutte le undici tracce in programma convincono, qualcosa oltrepassa la misura per eccessivo amore d’alambicco (la mini suite pop-prog di Me, come un sogno Bacharach/Beach Boys in mano ai King Crimson di Island) o fidando troppo in un’impertinenza a vuoto (The Baby). Tuttavia la sgraziata trepidazione di momenti come Aria (ballata psych-soul rivolta al Bowie fantascientifico in cui basta sostituire una consonante – la R con una S – per innescare crudi patemi autobiografici: giochino fin troppo scoperto e civettuolo, ma intrigante lo stesso, con quella voce che nel chorus s’invola alla Costello) o Altrove (pop soul accomodante benché iperstrutturato, capace di far convivere gli ectoplasmi di Stand By Me e Be My Baby con orchestrazioni marpione alla Renato Zero e una certa solennità Franco Battiato) denunciano un’impellenza emotiva poco comune, l’esito esplosivo della melodia storta, il gusto per gli arredi sonici ricercati e decadenti, desueti ed evocativi come cieli in una stanza di bordelli abbandonati, frullati da una voglia irrefrenabile di post-modernità.

A tratti curioso (il reggae trasfigurato di Crash, la fin troppo riverente traduzione della watersiana If), talora pedante (la rilettura filamentosa di Non Arrossir, la pastorale epica di Italian Violence, il madreperlaceo malanimo di Canzone Per Natale), il buon Morgan decide di regalarci nel sottofinale una ottima Le Ragioni Delle Piogge, solenne ballata che scava nel cupo come un Tenco arrangiato da Peter Gabriel ed un pensierino al De André della buona novella nell’incedere narrativo dei versi. Per quanto mi riguarda, lo considero disco riuscito per una buona metà. Non che mister Castoldi possa essere tecnicamente definito una “promessa”, ma insistendo su questa falsariga potrebbe col tempo ben ritagliarsi un suo peculiare angolino nel sempre meno asfittico panorama italico, e da lì concederci qualche altro momento di malsana evasione.

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