Film

Add to Flipboard Magazine.

Arrivato nello stesso giorno di diffusione di The Other Side of the Wind e sempre su produzione Netflix, Mi ameranno quando sarò morto di Morgan Neville appare fin dalle prime battute come una semplice operazione storiografica rivolta principalmente allo spettatore neofita che si avvicina alla visione dell’ultimo film del grande Orson Welles sulla piattaforma digitale. Netflix quindi commissiona questo lavoro sugli ultimi quindici anni di vita del grande regista per cercare di ricostruire un ossessione e anche un certo e violento atteggiamento da parte di Hollywood nei confronti di colui che venne spesso indicato come il più grande regista di tutti i tempi, benedetto e maledetto allo stesso tempo dal successo di Quarto potere.

Fin qui nulla di male, ma la delusione è tanta. Chi si aspettava un documentario sul processo di montaggio operato sulle quasi 100 ore di girato prodotte da Welles nell’arco di sei anni di riprese (dal 1970 al 1976, con varie interruzioni causate dalla mancanza di finanziamenti) rimarrà a dir poco sconcertato da tutta una serie di racconti ed episodi facilmente reperibili online o addirittura su Wikipedia, mentre chi si avvicinerà per la prima volta alla figura di Welles acquisirà strumenti importanti per la sua indagine, al netto però di una certa confusione nel quadro generale (soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra il regista e Peter Bodganovich, spesso ricostruito artisticamente e in maniera arbitraria), con il rischio di associare la figura del regista a quella di un burbero con il quale era impossibile lavorare serenamente.

Non bisogna tralasciare il fatto poi che le due produzioni relative a Welles vengono diffuse lo stesso giorno sulla piattaforma, quindi è più che naturale pensare che il colosso dello streaming volesse raggiungere la più vasta fetta di pubblico possibile per presentare al meglio The Other Side of the Wind, benché appaia da subito evidente come non si tratti affatto di un film per tutti i palati (specialmente quelli meno avvezzi all’opera del cineasta di Kenosha). Persino l’ossessione di Welles e il suo modus operandi al di là del maniacale ne escono quantomeno ridimensionati, mentre sul finale si spinge oltremodo su un patetismo fuoriluogo e che semplicemente fa parte delle logiche del mondo produttivo statunitense (il disperato tentativo di ricerca di finanziatori all’AFI Fest).

Il tradimento era certamente uno dei temi più cari a Welles e sarebbe anche stato un ottimo punto di partenza per una disamina accurata delle ossessioni, delle manie di controllo e del lavoro di una vita: sul perché la fiducia nel sistema hollywoodiano venne meno all’indomani del licenziamento alla RKO durante la post-produzione di L’orgoglio degli Amberson; sui motivi per cui la versione definitva de L’infernale Quinlan fu così tanto disprezzata dal suo autore, nonostante il plauso globale; sull’infernale (quello sì) iter affrontato nel corso delle produzioni europee, con pause obbligate dalle riprese protrattesi per anni o in modo indeterminato (Otello, Macbeth, Don Chisciotte); sul ben più impegnativo dualismo tra realtà e finzione (per il quale vi consigliamo la visione di F come falso).

Mi ameranno quando sarò morto non si propone questi fondamentali obiettivi nella sua ricerca e nemmeno – come ci si sarebbe aspettati – indaga sulla verità dietro il processo di lavorazione che ha portato alla versione oggi disponibile di The Other Side of the Wind. Se è vero che «It’s all in the editing», come ripete spesso Orson Welles nel corso delle riprese del film a chi gli chiede quale sia il senso definitivo della pellcola che sta ossessivamente cercando di portare a compimento, non si capisce per quale motivo proprio il processo di editing – ad opera di Bogdanovich e Bob Murawski – sia venuto meno in questa operazione. Di certo una nota positiva rimane l’omaggio a Gary Graver, operatore e direttore della fotografia di Welles con il quale collaborò per oltre quindici anni e che sacrificò praticamente tutto – dalla carriera agli affetti famigliari – pur di consegnae al mondo l’ultima opera di un grande regista.

5 Novembre 2018
Leggi tutto
Precedente
Empress Of – Us
Successivo
Marianne Faithfull – Negative Capability

film

recensione

recensione

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite