Recensioni

7.8

"We are Morphine at your service", usava esclamare Mark Sandman prima di avviare la giga veemente e sinuosa di quei concerti che avrebbero pasturato la popolarità della band fino alla tragica conclusione sul palco di Palestrina, il 3 luglio del 1999. Cinque album, compreso il postumo The Night, che ipotizzarono un rock indipendente capace di spazzolare le bettole e grattare la pancia al cielo, giù sul ruvido dei marciapiedi e su tra le languide spire dell’estasi.

Mark amava chiamarlo "low rock", ed escogitare un nome non era un vezzo ma la naturale conseguenza di chi s’inventava di tutto, strumenti e quadratura musicale. La bussola puntata sull’essenzialità: basso a una o due corde, slide a tre corde, la band rigorosamente impostata a tre (di norma batteria, sax, basso e voce) eppure capace di un suono pieno, guizzante, impetuoso (ed è il caso di spendere un plauso e rendere merito al formidabile Dana Colley). In più, una straordinaria fecondità compositiva che in questa doppia raccolta vede parziale celebrazione, presentandoci inediti, versioni alternative e live di un canzoniere cui non è mai venuta meno l’urgenza, la forza di volerci essere come un incontenibile evento naturale.

Nulla di nuovo né di clamoroso rispetto a quanto già noto, i blues ghignano tra esotismi sinuosi e sferzate rock, il folk smania errebì e stempera jazz. Dal mucchio di 35 tracce spiccano la splendida versione alternativa di Patience, l’irruente Come Along e una Shoot ‘Em Down emblematica di come si deve cavalcare dal vivo il demonio imbizzarrito. Ma è come un pescare a caso dalla manna, da questa cornucopia di scorie incombuste che, se lo vorrete, possono ancora bruciare.

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