Recensioni

7.3

Move D, ovvero il tedesco David Moufang, è quello del capolavoro (ambient) house del 1994 Kunststoff, ma è anche colui che lungo una carriera che ormai conta cinque lustri abbondanti ha saputo trovate una propria expertise lavorando di cesello lungo i bordi di jazz, dub, disco, techno e acid house. Il suo tocco sta da qualche parte tra i Motorbass e Mr Fingers, ma questa non è che una riduzione, una possibile sintesi tra le tante; un’altra potrebbe benissimo vederlo lungo un continuum dub che dagli Orb porta a Basic Channel e Pole. D’altro canto, per il mai troppo elogiato e noto ai più dj, compositore e multi-strumentista di Heidelberg, il glamour si scambia col jazz, e jazz è per lui sinonimo di eleganza e misura, e anche di sound design. Questo Building Bridges, che lo vede tornare con lo storico alias, è un’importante fotografia di ciò che il producer sa fare meglio: dosare gli elementi. Il suo tocco non ha perso smalto, anzi, si è fuso con esperienza e maturità.

Cycles inizia le danze di sottecchi angolando echi, filtri ed effetti di marca dub a sensibilità french touch. L’astronave parte lenta e sicura in un caleidoscopio di vapore ed euforia che si stempererà durante il viaggio, fino alla sua subacquea meta, Perpetual State. E Moufang, che ha anche pensato l’album come un mix senza pause, sa perfettamente come calibrare spazi e linee temporali. Parliamo di un’ora e 5 minuti tra dilatazioni (l’ambient jazzata di Init, la soffice house cosmica di Tiny Fluffy Spacepods) e fluttuanti riprese (l’acid sottotraccia di Dots, l’electro di Dusted Links), un moto ondoso che è anche un’intesa empatica con l’ascoltatore, oltre che il riflesso di una visione coerente e coesa. Chicca nella chicca: One Small Step con i feat. di Jonah Sharp e Thomas Fehlmann, ovvero il brano psichedelico del set: un girar di lancette su coordinate libere, una giostra di fasci di luce ed effetti dubby tra una chitarra in cielo e un felpato basso a mostrar la via.

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