Recensioni

La prima edizione del Cittadella Music Festival, tenutosi nell’omonimo parco di Parma, ha scelto nomi tutt’altro che giovani – artisticamente, s’intende – per affacciarsi nel panorama dei festival italiani. È un male? Assolutamente no: l’apertura è stata affidata a Ennio Morricone, oltre 60 anni di carriera incisi nella storia, la chiusura ad Apparat, 2manydjs e Digitalism, tutt’altro che novellini nel panorama elettronico. In mezzo, la grazia umana di Lauryn Hill e i vent’anni del suo capolavoro, The Miseducation of Lauryn Hill. Vista la cifra tonda, alla leg americana del tour prenderanno parte anche altri artisti, dai veterani De La Soul, Big Boi, Nas e Busta Rhymes a M.I.A., alla relativamente più giovane Santigold fino alla classe ’90 SZA, che indubbiamente a Lauryn Hill e al suo disco devono molto. In Italia invece l’unica data si è tenuta a Parma, comprensibilmente con la sola Lauryn e la sua band, di fronte a più di 5.000 invitati che si sono guardati bene dall’assistere al live seduti, preferendo trasformare il parterre in una vera e propria festa.

Ad aprire la serata il dj della crew che, vinili alla mano, inanella una serie di pezzi hip hop anni ’90 che rappresentano il perfetto tramite tra il presente e il 1998 dell’iconico disco: c’è Notorius BIG, c’è uno Snoop Dogg d’annata e soprattutto c’è Bam Bam di Sister Nancy, presente come sample proprio in un pezzo di The Miseducation… (Lost Ones). Poi arriva Lauryn Hill in abito bianco, leggings animalier, grande cappello e trucco fucsia, come solo lei può. Attacca Everything Is Everything ed eccoci catapultati a vent’anni fa, travolti dalla forza dirompente del suo capolavoro. Nonostante la voce segnata da un leggero malanno, l’energia della Hill è travolgente, soprattutto per la nonchalance con la quale dirige band e fonico. Lo fa proprio come farebbe con una vera e propria orchestra. Contemporaneamente sul palco ricopre anche i ruoli di cantante e rapper, altra sua eccellenza che non le è mai stata riconosciuta abbastanza rispetto ai colleghi.

In scaletta i pezzi di Miseducation… sono in realtà solo quattro (oltre a Everything Is Everything, Ex-Factor, Final Hour e Lost Ones), poi si passa ai Fugees (How Many Mics, Fu-Gee-La, Ready Or Not e naturalmente Killing Me Softly) e ad alcune cover (Turn Your Lights Down Low di Bob Marley e Can’t Take My Eyes Off Of You, ormai cavallo di battaglia nella versione di Lauryn al pari di altre versioni). Infine, in una struttura ad anello, si torna a The Miseducation… con due brani portanti di quel periodo e quell’esperienza: la preziosissima To Zion e, ovviamente, Doo Wop (That Thing). A fine concerto Lauryn rimane a lungo sul palco per fare foto e firmare qualsiasi oggetto il pubblico le passi davanti: dischi e biglietti del concerto per iniziare, poi anche ventagli, zaini, giacche, braccia da tatuare e così via. Quello dei vent’anni è stato in realtà solo un pretesto per tornare a suonare, con tutti i dolori che rivivere il passato porta con sé: la separazione rancorosa dai Fugees (e dai suoi singoli componenti), le controversie legali con il team di produzione e il successivo blocco discografico seguito alla pubblicazione di The Miseducation…, oltre alle eterne difficoltà nel gestire la fama e le tante accuse di divismo mosse negli anni dai media. D’altro canto, Lauryn Hill ha portato sul palco anche tutto ciò che di splendido lei e la sua carriera rappresentano: la connotazione più colta dell’hip hop in una veste dichiaratamente femminile e il suo perfetto bilanciamento con le influenze reggae e soul.

The Miseducation è stato un album di transizione tra stati differenti sia per l’artista che per l’intero genere, con una grande energia vitale all’interno e contemporaneamente terribilmente doloroso per la sua autrice. È ancora un disco spaventosamente attuale, forse perché ciò di cui parla è universale, e lo dimostra il fatto che molto di quello che c’è stato dopo non sarebbe esistito senza la sua comparsa sul mercato discografico. Un esempio su tutti? Lemonade di Beyoncé con tutti i suoi livelli di lettura. Dopo l’assaggio di Parma, varrebbe la pena prendere un volo e tornare a vederla dal vivo negli U.S.A.

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