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Odoya

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Odoya si fa coraggio in un mercato allo stesso tempo desertico e inflazionatissimo e rimette in circolazione la traduzione di Electric Don Quixote di Neil Slaven, ponderosa biografia di Frank Zappa che aveva avuto una prima edizione italiana nel 1997 per la misconosciuta Tarab. Operazione meritoria “a prescindere”, data la scarsità di testi in generale e di biografie in particolare dedicati a FZ: l’unica altra disponibile è infatti quella firmata da Barry Miles uscita per Kowalski nel 2006. Per quanto simili nella struttura e nelle intenzioni (percorso rigidamente cronologico, grande ricchezza di dettagli, volontà di proporsi come “libro definitivo”) e per quanto pure quello di Miles citi tra le sue fonti quello di Slaven (scritto quasi dieci anni prima), i due volumi hanno un taglio profondamente diverso, risultando di fatto complemetari.

Sposiamo la lettura che del libro di Slaven fa il guru zappiano Ben Watson (guru controverso, si veda il suo The Negative Dialectics of Poodle Play) in una affilatissima recensione su The Wire (n. 154, dicembre 1996): gli zappiani conosceranno quasi tutto (ma, aggiungiamo noi, è proprio su quel quasi che si coagula il maniacale interesse zappofilo) e i non iniziati non riusciranno a leggervi una storia organica, con la sensazione di trovarsi di fronte ad un collage, arido e frammentario. Se Miles infatti esplicita spesso la propria lettura del fenomeno Zappa, da studioso dell’underground USA quale è (e si può essere più o meno d’accordo con quel che dice), Slaven (esperto di blues, produttore discografico) si limita a riportare – con colore, sia chiaro – gli eventi, senza interpretarli (per quanto si possa leggere in filigrana una insistita sottolineatura del ruolo del caso nelle vicende zappiane), lasciando a giustificazione del titolo scelto – Zappa Don Chisciotte rock in lotta contro i mulini a vento della cultura americana, ipocrita e bigotta – giusto un paio di considerazioni incipitarie e conclusive. Questo il grosso limite di fondo del testo. Andiamo adesso ai grossi pregi di superficie.

Il libro scorre veloce nonostante le 400 pagine, ed è accuratissimo, pieno di informazioni contestuali (fino alla pedanteria del gusto per le trattazioni ab ovo, si veda l’iniziale descrizione della città di Baltimora), di dichiarazioni, interviste e recensioni (anche e soprattutto negative, cosa questa assai interessante per una possibile “storia della ricezione zappiana”) tratte da pubblicazioni d’epoca (e addirittura da quotidiani locali), di analisi e commenti molto arguti su alcuni brani del repertorio zappiano (con annessa la storia compositiva e le traversie discografiche). Si nota con un certo stupore il poco spazio riservato ad alcuni musicisti/comprimari di prim’ordine: giusto due parole, per esempio, sul fondamentale Vinnie Colaiuta, il batterista preferito di FZ. Venendo all’edizione Odoya, un dubbio sulla parte iconografica (assente nell’originale), spesso utile perché esemplificativa, altre volte un po’ spiazzante: va bene la copertina di Infidels di Bob Dylan, perché scopriamo che Zappa avrebbe dovuto produrlo; un po’ meno la foto di Giorgio Moroder, al quale Zappa avrebbe voluto affidare gli arrangiamenti di sintetizzatori del disco.

In sintesi, resta l’appetibilità contraddittoria del volume di Slaven, così come sintetizzata qui sopra, con la certezza che a livello di informazioni, dati, date, cronologie, nomi, eccetera, si tratti in pratica di un reference book. Resta pure la conferma che il libro definitivo su Zappa (checché ne dica Colin Larkin, il fondatore della Encyclopedia of Popular Music, nella presentazione) non è ancora stato scritto. Per quello aspettiamo Gianfranco Salvatore.

2 Giugno 2010
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