• Mag
    14
    1969

Classic

Reprise

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L’omonimo disco d’esordio non aveva lasciato soddisfatto per primo il suo autore, Neil Young. L’avventura dei Buffalo Springfield alle spalle, il canadese covava una personalità forte, disancorata dagli standard ma intenzionata a farsi largo in una scena – quella folk rock – in palpabile espansione. Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds nel 1968 e The Gilded Palace of Sin dei Flying Burrito Brothers (uscito nel febbraio del ’69) costituivano segnali importanti, solchi scavati nell’immaginario collettivo: il country-folk aveva tutte le intenzioni di farsi un giro dalle parti del rock psichedelico, di allestire assieme al rock psichedelico un impasto unico, per un trip da cui ognuno uscisse corroborato dalla linfa dell’altro. Il debutto di Young prendeva le mosse sì dal folk, ma andava a cercare fortuna in una sorta di art-pop capace persino di raffinatezze cameristiche, a tratti e neanche troppo vagamente spectoriane. Non un brutto disco – tra l’altro contenente una gemma come The Loner e un tour de force come The Last Trip To Tulsa che avrebbero segnato per sempre la mitologia del Nostro – ma non IL disco che avrebbe voluto realizzare, l’unico capace d’instradarlo sul binario centrale di quell’incandescente finale di decennio.

Il buon Neil lo aveva capito, certo che sì. Per questo quando una sera a Los Angeles capitò in mezzo a un concerto dei Rockets, ebbe una specie di epifania: aveva appena incontrato il suono che stava cercando, che sapesse o meno di cercarlo. Strinse subito i contatti e invitò la band – destinata per l’occasione a ribattezzarsi Crazy Horse – a incidere con lui, da gennaio a marzo del 1969, nei Wally Heider Studios di Hollywood. Il resto è quasi leggenda. Dai tratti persino esagerati: pare infatti che tre canzoni-capisaldi come Cinnamon Girl, Cowgirl In The Sand e Down By The River siano state composte in un solo giorno, anzi in un pomeriggio, col canadese oltretutto febbricitante. Ma che razza di disco uscì dall’incontro tra quei talenti – Young, Danny Whitten, Billy Talbot e Ralph Molina – così simili e tutto sommato allineati lungo una rotta sbilenca e ben poco prudente, comunque intenzionata a perseguire folgorazioni incendiarie? Noi da qui non possiamo fare altro che metterlo in prospettiva, e quello che vediamo è il costituirsi di un canone che segnerà la calligrafia di Young (il fallout è chiaramente riscontrabile nel tempo in pezzi come Southern Man, Old Man, Revolution Blues, Cortez The Killer, Powderfinger, e poi avanti fino Like A Hurricane, Love And Only Love, Act Of Love, Change Your Mind, Loose Change…) e s’irradierà in tutte le calligrafie altrui intenzionate a cavalcare elettricità e lirismo sulla linea di confine tra visioni e radici.

Il punto è questo: nel suono di Everybody Knows vibra una tensione incessante tra radici e sradicamento. Young e la band sembrano un manipolo di sbandati alla deriva su un battello estorto alla bonaccia da strappi furibondi di corrente; scorticano le corde e le tendono fino all’incandescenza; commettono errori e sbavature che diventano sostanza; zampettano sul filo di una febbre chimica cantando lo spaesamento, innervandolo di suggestioni estatiche e cupezza primordiale, scozzando archetipi folk-blues (l’assassino passionale senza margini di redenzione in Down By The River) e visioni post-hippie marezzate d’angoscia (la fluviale Cowgirl In The Sand, la frizzante title track). Se The Losing End è la prova di mestiere che sprizza abbastanza onestà country-rock da non sfigurare, se Running Dry (Requiem for the Rockets) è un valzer solcato da una cicatrice di violino (suonato da Bobby Notkoff, già negli Electric Flag di Mike Bloonfield) che riesce a sembrare arty (in senso quasi John Cale) senza scadere nel pretenzioso, e se Round & Round inaugura il filone delle ballate intrise di una malattia agrodolce, vischiosa e inesplicabile, resta da dire di Cinnamon Girl.

Signori, Cinnamon Girl: posta non a caso in apertura, è il grado zero e pietra angolare del linguaggio younghiano, fatto di elementi primari (un riff che impasta i Kinks con la sabbia del deserto Mojave, le strofe come una filastrocca da pioniere in cerca di fortuna, il battimani ossessivo, il peccato originale americano sublimato in un desiderio naïf) che affidano le sorti a un suono terrigno, affilato sulla roccia viva, come quell’assolo di pochissime note che diresti esalare da una crepa nel suolo o strappato dalla pancia, più suono che suonato, un suono che è, non discende da tecnica, composizione, calcolo, neppure da ispirazione. L’assolo di Cinnamon Girl non è solo uno dei più celebri della storia del rock, ma sembra l’unico assolo di chitarra possibile, rispetto al quale tutti gli altri assolo sembrano possedere complicazioni accessorie, quel di più che è forse (spesso, almeno nei casi migliori) utile alla bellezza ma non all’essenza. Molto del codice espressivo neilyounghiano è qui, è già qui, in questo primitivismo abbacinato che squarcia le convenzioni, i passaggi obbligati, e proprio in virtù della sua semplicità irriducibile attraversa intatto i decenni fino alle epifanie live del presente.

Non solo: molto più di quanto non avesse già fatto con i Buffalo Springfield e con l’album d’esordio, Neil Young con Everybody Knows… introduce nel sound della West Coast una frequenza d’apocalisse come manifestazione palpabile del suo disorientamento profondo (più istintivo che meditato) rispetto all’accartocciarsi delle utopie Sixties. La stessa frequenza che si avvertirà – seppure dissimulata – sotto il formalismo meraviglioso di Harvest e troverà compimento nel magnifico After The Gold Rush, per poi aleggiare mutando tono e intensità (dal nero all’ebbro al lancinante) nei capolavori successivi come On The Beach, Tonight’s The Night, Zuma, Rust Never Sleeps… Rispetto a questi, Everybody Knows… viene spesso posto a un gradino inferiore, bollato forse come acerbo, troppo sbrigliato, privo di equilibrio. Eppure, se esiste un quid riconducibile al Loner canadese, è già qui. Tutto intero.

14 Maggio 2019
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