Recensioni

6.4

Cos’era la carriera di Neil Young all’inizio dei Novanta? Il catastrofico tracollo degli eighties era stato parzialmente riscattato da tre buoni lavori in sequenza (This Note’s For You, Freedom e Ragged Glory, rispettivamente ’88, ’89 e ’90). La ritrovata verve fu ribadita dallo stupendo doppio live Weld (1991), forse il punto più alto dell’intesa live coi Crazy Horse (vi basti la fluviale versione di Cortez The Killer), cui fu peraltro abbinato Arc, un dischetto di insolita ma tutto sommato interessante sperimentazione noise.

Col grunge ormai in piena detonazione, e col buon Neil ufficialmente nominato suo ideale padrino, il cavallo pazzo non poteva che spiazzare tutti sfornando Harvest Moon (Reprise, 1992), un album di soffice, accorato, addirittura patinato country rock. Fu un po’ come se il freak ruspante e randagio di Harvest, dopo essersi raddrizzato nel saloon straight edge di Comes A Time, si fosse infine adagiato su un sofà mitologico tra front-porch e campi irrorati di luna. Quelle dieci tracce raccontavano una senilità in procinto di sbocciare, uno stare in bilico tra irrequietezza e incanto che ci consegnava un artista classico suo malgrado, pacificato suo malgrado.

Il qui presente Dreamin’ Man, ennesimo capitolo della Archives Performance Series, è un live coevo che celebra quel momento per certi versi irripetibile, proponendoci la lettura della scaletta in versione solitaria, scarna e fragrante. Senza gli archi ed i coretti delle versioni in studio – che vedevano all’opera Linda Ronstadt e James Taylor tra gli altri -, canzoni come Natural Beauty o One Of These Days finiscono col guadagnare uno status di sospesa inquietudine che le valorizza non poco. Per il resto, nulla di imprescindibile.

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