Recensioni

6.6

Neil Young non se ne frega. Se ne incarica. Reagisce con spregio volitivo. Lo ha fatto due anni fa con Living With War e lo scorso anno, in parte, con Chrome Dreams II. Torna a farlo con questo Fork In The Road dedicato alla crisi economica – ai suoi risvolti drammatici e demenziali – spargendo ulteriore sale sulle crisi parallele, quelle delle fonti energetiche e della global pollution. Ok, dio ci salvi dal pistolotto moral-ambientalista del vecchio fricchettone incanutito. E poi, ok, cos’altro vuole dimostrarci? Perché dovremmo avere voglia di ascoltare altri country rock rocciosi e funky o ballate da tramonto sul deserto delle nostre vite? Come se potessero aggiungere qualcosa ai Freedom, ai Rust Never Sleeps, ai Deja Vu, persino ai Re-Actor o agli Harvest Moon, tanto per circoscrivere il raggio d’azione di quest’ultimo lavoro, trentottesimo titolo solista se non ho fatto male i conti.

No, il punto non è questo. Conta poco che Singing A Song sembri una nipotina sfigata di Like A Hurricane o che il corettino di Johnny Magic (dedicata al meccanico del Milwaukee Jonathan Goodwin che ha progettato un motore ad emissioni zero) rimandi un po’ scioccamente a quello storico di Hey Hey My My (che chiamava in causa un tal Johnny Rotten…). Conta semmai che Young sembra davvero aver ritrovato l’urgenza di sbraitare rock in risposta al turbamento, allo sdegno, al giramento di palle o se volete a una speranza. Nel segno di uno sgarbato e acido keep it real che lo sbatte in prima linea anche se lontano dalle prime pagine, Don Chisciotte forse balzano ma ben dentro il solco del presente. Sentitevi come scapicolla e scollaccia boogie rock nella title track, come azzardi stralunato impasto funk e psych in Cough Up The Bucks, e che bel crepuscolo di voce regala alla trepida Light A Candle.

Tutta roba inessenziale, certo. Ma c’è del fascino in questa sua noncurante e scontrosa persistenza.

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