• Ago
    01
    2003

Album

Warner Music Group

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Gli younghiani di lungo corso ben sanno che da ogni disco del canadese pazzo c’è da aspettarsi uno scarto stilistico, o una ricaduta, o un rigurgito, o un rinnegarsi sferzante. Inesorabile fino all’ingenuità, è una regola a cui anche questo nuovo Greendale non sfugge: dopo il folk indolenzito di e i barbagli RnB di Silver & GoldAre You Passionate?, le coordinate si prosciugano dalle parti di un folk rock rugginoso, dilatato e ruspante. Quintessenza Crazy Horse (basso, chitarra elettrica e batteria più apparizioni d’armonica e organo a pompa) in cui però spicca l’assenza di “Poncho” Sampedro alla sei corde ritmica: voci di corridoio riferiscono di scazzi e dissapori all’interno del combo, che avrebbero indotto il chitarrista ad un periodo sabbatico. Eppure la livida asciuttezza del suono – sorta di vigoroso contrappunto alla gravità delle liriche (si presti orecchio all’acida Sun Green o al fatalismo funereo di Leave The Driving) – sembra il frutto di una precisa intuizione stilistica.

Sia quel che sia, la vera sorpresa del lavoro risiede nella sua natura di concept, e oltretutto multimediale: in attesa di vedere il lungometraggio diretto dallo stesso Neil (sarà mai distribuito da queste parti?), su www.neilyoung.com il canovaccio si arricchisce di così tanti dettagli (mappe, biografie, reading…) da delineare un autentico luogo letterario, Greendale appunto, alla maniera – chessò – dell’antonomastica Spoon River. Al centro dell’azione c’è l’albero genealogico dei Green, su cui fruttificano sogni e incubi, determinazione e fato, sacri valori e pulsioni demoniache. Sarà proprio una combinazione inesplicabile di fato e pulsione malvagia a sconvolgere la quiete relativa del villaggio, richiamando come un contagio l’attenzione invasiva dei media. Sotto la pressione dei quali il fragile guscio della quotidianità (un sereno circolo virtuoso, l’ultimo rifugio dalle tempeste di un mondo impazzito), inevitabilmente, s’infrange.

Nello sviluppo allucinato del plot (su cui non mi dilungo, a voi il piacere della scoperta) il simbolismo younghiano – da sempre nel guado tra ingenuità e alienazione – gioca un ruolo primario, è l’involucro che riveste una comitiva di stereotipi neo (o post) hippies, tragici spostati a due dimensioni, teneri sognatori in cerca di causa, cuori incarogniti alla periferia dell’impero. A cui non si può credere fino in fondo, no, ma solo in quanto abbozzi metaforici, simbionti delle categorie mentali – tutt’altro che lucide, per(ci)ò toccanti – del vecchio Neil. Al di là di ogni (inesigibile?) robustezza artistica e strutturale, se è nel disco che i temi dell’opera dovrebbero convergere e concretizzarsi, è proprio lì che il meccanismo s’inceppa afasico, fallisce il decollo, brucia tutto il carburante senza incendiarsi mai davvero. Il problema va ricercato nella sostanza del progetto stesso, nel modo in cui l’esigenza narrativa trascina melodie ed afflato poetico (scarsine le une, affannato l’altro) in una prosaicità talora sterminata, a gioco lungo spossante.

Rispetto alle cavalcate dei sessanta-settanta (Last Trip To Tulsa, Cowgirl In The Sand, Southern Man, Cinnamon Girl, Ambulance Blues, Cortez The Killer…) il fuoco sembra dipinto sul muro, gli assolo e i riff timbrano un carosello di atti dovuti, il canto declama come una macchinetta impazzita. Spiace dirlo, ma in più di un passaggio sembra che Young scimmiotti se stesso, si limiti a giocare con la lunghezza rispettabilissima della propria ombra, stringendo tra le dita accordi esausti, i fili di un discorso mai abbastanza attorcigliato ai segreti dell’anima. A differenza dell’ultimo Dylan, che mette a nudo le radici e le incide cercando tracce dell’arcaica linfa (trovandone), e del Lou Reed che sbandierando un intellettualismo ai limiti della pedanteria persegue un’alternativa credibile al decadimento poetico-testosteronico (e in parte l’azzecca), Neil non sembra porsi il problema, va dove lo porta l’ispirazione senza curarsi della prospettiva, senza mettersi in prospettiva. Capace ormai solo di riflessi automatici, come un vecchio artigiano del folk-blues i cui folk-blues stanno ancora in piedi a patto di non fermarsi, di mantenere la giusta velocità, per non fare i conti con l’equilibrio.

Vagamente fuori dal tempo, dunque, come se tutti i ponti fossero crollati. Astruso, isolato per quanto si sgoli di salvare il mondo, espettorando denunce come il più romantico new-global in circolazione.
I pezzi migliori (Bandit, Falling From Above e Be The Rain) acciuffano la giusta dose di passione, quell’identificazione totale col momento-canzone che in uno come Young è requisito necessario e sufficiente. Intendiamoci, siamo ben al di sotto degli antichi fasti, però niente male. Al resto del programma, semplicemente, sembra mancare il terreno sotto ai piedi.

Alla fine ciò che più amo di Greendale – il motivo per cui comunque l’ho molto ascoltato e qualche altra volta lo ascolterò – va cercato nel fatto stesso che ho nelle orecchie l’ennesimo nuovo disco di Neil. E questo è quanto.

1 Agosto 2003
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