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5.5

Probabilmente è per ragioni fisiologiche se accade che nel rinascimento del jazz britannico in atto da qualche anno a questa parte – a fronte di tanti ottimi gruppi e singole, trainanti personalità – stia anche facendo breccia la solita dose di hype non giustificabile. E francamente dispiace, in tal senso, dover tirare in ballo un collettivo come quello dei Nérija, fondato da musicisti giovani e capaci e osannato in coro come un’ulteriore testimonianza della cosiddetta “british jazz explosion” – quella di nuova generazione, che ruota attorno a nomi come Shabaka Hutchings, Moses Boyd e Kamaal Williams, tra i numerosi altri. Dispiace perché il settetto londinese – che include Nubya Garcia al sassofono tenore, Sheila Maurice-Grey alla tromba, Cassie Kinoshi al sassofono contralto, Rosie Turton al trombone, Shirley Tetteh alla chitarra elettrica, Lizy Exell alla batteria e Rio Kai al basso – ha tutte le carte in regola per fare bene; basti pensare, se non altro, ai piacevoli risultati messi su disco da Nubya Garcia e Sheila Maurice-Grey con le rispettive band. Ma ascoltando il loro primo full length, intitolato Blume e uscito ad agosto su Domino, l’impressione è che proprio in studio i Nérija smettano di essere formidabili, come si dice siano dal vivo.

Eppure Blume parte con un’accoppiata di brani niente male, funkeggianti il giusto e con i fiati (e la chitarra) sempre in prima linea a disegnare linee melodiche efficaci, tra sentori afro o medio-orientali (Nescience, che strizza vagamente l’occhio al McCoy Tyner dei primi anni Settanta) e buonumore caraibico (Riverfest, che a dire il vero è molto bella). Poi, però, quanto c’è di buono si perde per strada e le dinamiche mid-tempo attorno a cui ruota ogni brano, alla lunga, annoiano. Episodi come Swift, la cui coda finale sa di inutile lungaggine, fanno pensare a una college band carica di groove e tecnicamente molto dotata, ma davvero poco coraggiosa. Il clima, insomma, è da party-jazz pomeridiano, con risultati che sono molto lontani dalla consistenza di altre esperienze simili e coeve: provate ad ascoltare l’Ezra Collective, tanto per restare a Londra.

Come detto, l’impressione è che i Nérija, che a febbraio 2020 suoneranno a Roma e a Milano, siano il classico collettivo che sul palco sa essere straordinario e affiatato, mentre in studio, francamente, manca di qualcosa: troppo composto, quasi ingessato e con scarsa voglia di osare. Ora, non è nostra intenzione fare la parte di quelli che pensano male, ma non ci sembra propriamente un caso che Blume esca su un’etichetta come Domino, oramai a tutti gli effetti una major che, stando a quanto ci risulta, di jazz ne ha sempre masticato poco e niente. Vuoi vedere che dagli Arctic Monkeys agli assoli di sassofono in punta di banali jazz lick è un attimo?

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