• Gen
    01
    2004

Album

Mute

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Trascorso poco più di un anno dal naufragio dell’album precedente – che falliva lapprodo alla naturalezza espressiva per una sorta di perniciosa, crepuscolare auto-infatuazione stilistica – Nick Cave torna e batte un colpo importante. Trattasi infatti – ed è la prima volta in un carriera ultraventennale – di un doppio album con tanto di duplice titolo: Abattoir Blues (una raccolta di brani energici e ombrosi) e The Lyre Of Orpheus (una sua versione più atmosferica e letteraria).  Neppure troppo diversi l’uno dall’altro, i lavori, entrambi missati a Parigi con la supervisione di Nick Launay per un totale di diciassette titoli, non mancheranno di confermare le perplessità emerse precedentemente ma anche riservare sorprese ai (più o meno) devoti dellex-Birthday Party. Ascoltata la nuova fatica è innanzi tutto più chiaro di come Nocturama sia stato un album di transizione verso una maggiore immediatezza e questo senza lasciar cadere il famoso “metodo” impiegatizio a lungo sbandierato: mai lavoro del Nostro è parso infatti tanto nitido e immediato nei modi e nelle strutture, mai come ora il Cave “buono” dei giorni nostri si specchia così ironicamente nel suo omonimo “cattivo” nello Stargate del caso.

Così, se da una parte si definisce una diffusa schiettezza formale che potremmo ben definire “radiofonica” (a partire dal primo estratto Nature Boy, luminosa cavalcata r’n’b su propulsione di piano e organo), dall’altra la densità malinconica di Easy Money, le convulsioni maudit di Hiding All Away, il morbido tremore soul di Messiah Ward, gli indolenziti refoli latini di Breathless e il funk-rock bradicardico di Cannibals Hymn ne rilevano il lato più routinario nonché la testarda trasparenza etica.

Convertito a un ferreo protestantesimo, Cave preferisce costruirsi il Regno dei cieli lavorando sodo nel mondo dei vivi e fiero dei risultati ottenuti non esita a mostrare le proprie carrozze al pubblico affezionato ma anche a nuovi acquirenti. In fin dei conti, egli non è così distante da un astuto bottegaio ottocentesco: nel suo laboratorio controlla ogni parte del processo produttivo, sostituisce oculatamente la manodopera venuta a mancare (fuori Blixa dentro James Johnston dei Gallon Drunk), ordisce meccanismi prevedibilmente efficaci, procede secondo tempi autoimposti e dettati dalla consuetudine, in sostanza mette talento e esperienza al servizio del mestiere e nondimeno fiuta i movimenti del
mercato.

Così gli arrangiamenti, come scintillanti cromature, sono curati ma flagranti (si ascolti il gioco di contrasti in seno a Let The Bells Ring, tra soul bianco, brume black e iridescenze U2 in terapia Brian Eno, o la toccante evidenza di chitarre, piano e spazzole nella trepida Babe You Turn Me On– cantata come un Elvis redivivo e redento), pur simulando all’occorrenza strappi e urgenze (la furia appiccicosa dell’iniziale Get Ready For Love, il delirio distorto nel cuore di The Fable Of The Brown Ape).

Apprezzabile la scelta di non concedere al violino di Warren Ellis gli trasbordanti primi piani del passato, confinandolo – si fa per dire – a un efficace lavoro di sponda (a sbuffare uggia tra i palpiti tango-reggae di Spell, a carburare la trascinante sarabanda di Supernaturally, a rendere frastagliata la teatralità digrignante di The Lyre Of Orpheus…), mentre la defezione di Blixa Bargeld appare brillantemente superata tanto dal nuovo “corso” stilistico quanto dal puntuale lavoro di Mick Harvey alle chitarre e del nuovo acquisto James Johnston all’organo. Sfilano così blues infebbrati, uptempo digrignanti, folk cupi e ballate struggenti, il tutto innervato da una inattesa, vivida componente
gospel-soul che fa pensare un po al Roger Waters post-Floyd (sostituita legomania apocalittica con un irrequieto fatalismo, come nella conclusiva O Children) e ancor più a certo David Bowie periodo ducabianchista (la qual cosa, ne converrete, per un ex re inchiostro pone non pochi problemi cromatico-estetici).

In definitiva, Cave si rinnega con autorevolezza, convincendo anche gli ultrà della prima ora a dare un assaggio. Decide insomma di tracciare la strada che seguirà da qui alla senilità, e lo fa con una classe che inciampa davvero pochissimo (nei cori “natalizi” di Carry Me, nella piattezza automatica di There She Goes, My Beautiful World…).

Immerso com’è nella linea d’ombra che divide gli artisti “affermati” dai dinosauri sull’orlo della pensione, Nick Cave sceglie l’artigianato di nicchia aprendolo però ai mercati globali, affronta di petto le penne avvelenate nascondendo nel retrobottega i compromessi del caso. Scommessa che, frenando in futuro la produzione, potrebbe rivelarsi vincente.  

10 Gennaio 2004
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