• gen
    01
    2003

Album

Mute

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Nick Cave ha abdicato la corona oramai da un pezzo in compenso ci regala, ormai a scadenza regolare, album ricchi di crepuscolari ballate. Proiettato decisamente verso la dimensione del classico moderno Nocturama non sfugge a questa dinamica tanto da sembrare, almeno all’inizio, in perfetta linea col predecessore. Le composizioni riprendono le fila di un discorso oramai lungo cominciato da Murder Ballads o meglio da The Good Son e sembrano dare un ennesimo addio a quel primo invasato e sconvolgente stritolabestemmie, capace di biascicare sacro e profano nel volgere di due accordi, di riattizzare la brace del blues con la benzina del post punk. Eppure con tutto ciò, un Cave cambiato, cresciuto, invecchiato e denutrito dai propri demoni ritorna caparbiamente all’immediatezza oramai data per dispersa, combinando blues e rock in maniera viscerale e non nascondendo alla stampa quanto il processo compositivo in questa sede sia stato guidato dalla velocità e dallo spirito della jam più orgiastica.  Il torrido rocknroll di Dead Man In My Bed, e quindi la fluviale sarcastica frenesia hard-funk di Baby, I’m On Fire, il pezzo più lungo mai inciso dallaustraliano, intorpidiscono le acque, scuotono le membra, riattizzano la fiammella: Mick Harvey e Blixa Bargeld scorticano le corde, Thomas Wydler non lesina stringenti sganassoni sulle pelli, lhammond – suonato dallo stesso Cave – brucia come una colata di olio bollente. 

Intatte dunque le capacità dellensemble eppure – ed è un dubbio pesante che s’insinua nell’orecchio – qualcosa non torna.  Un senso di uniformità e d’automatismo, come se i brani fossero stati concepiti appositamente per dimostrare e dimostrarsi vivi, tesi e vitali pervade il Nocturama rock così come quello teoricamente più struggente, come il violino di Warren Ellis nel bridge di Right Out Of Your Hand, appena attento a non replicare troppo quanto già fatto – e meglio – nel precedente No More Shall We Part. Certo, la grana sonora ne guadagna in abrasività e “mistero”, ma se leccessiva levigatezza del predecessore veniva riscattata da una scrittura piuttosto ispirata, qui il dazio da pagare è una prevedibilità diffusa (He Wants You, Wonderful Life), quando non la fiacca sdolcinatezza di Still In Love o la vacuità folk-soul di She Passed By My Window (ruffianetta in punta di slide, con cori al fiele/miele dei Blockheads). Poco risollevano dal torpore il tango gospel di There Is A Town (con Ellis a propinarci l’ennesima sordida circonlocuzione di violino) o il valzer sfarfallante di Rock Of Gibraltar (dal gradevole pathos seventies, e dai versi molto simili alla younghiana After The Goldrush). Non stupisca dunque se, alla fine, il brano migliore risulti Bring It On, riuscito proprio in quanto singolo, forse scontato, però efficace con l’avvincente Chris Bailey (già voce e leader degli australiani The Saints) nel ruolo di guest star. 

Nocturama sembra lalbum che saluta il definitivo ingresso di Nick Cave nel novero di una dignitosa senilità artistica.

1 Gennaio 2003
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