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7.5

Paradossale, o per lo meno alquanto bizzarro, come qualcuno che della parola letteraria ha fatto un simulacro, soprattutto al di fuori della dimensione letteraria in senso stretto (anche se le sortite letterarie ci sono state eccome: per chi scrive, E l’asina vide l’angelo su tutto) pubblichi una autobiografia, per quanto sui generis, in cui la parola praticamente non c’è. Ok, non è esattamente vero come si vedrà più avanti, ma a stuzzicare è proprio l’idea che c’è dietro questo Stranger Than Kindness, molosso fuori formato e di quasi trecento pagine splendidamente pubblicato per l’Italia da Il Saggiatore, la cui eleganza (delle edizioni) e ricercatezza (del catalogo, non solo dei singoli libri) è ormai da tempo riconosciuta. E l’idea, ribadiamo, se è quanto meno bizzarra proprio per il personaggio a cui si riferisce, risulta perfettamente funzionale e infinitamente stuzzicante: una autobiografia per immagini, quasi una sorta di collage di “tutto” ciò che ruota intorno a una canzone e che in una canzone continua a vivere. Per usare le parole dell’autore, in questa autobiografia per immagini troveremo «i materiali che nutrono e danno alla luce l’opera ufficiale».

E di questi «oggetti secondari» che formano una specie di «sovrastruttura stralunata e incontrollabile», di nuovo rubo le parole a Cave, di quell’universo imploso o esploso che funge da costellazione apparentemente liminale di ogni singola canzone – e quindi di ogni singolo momento della vita di chi, quelle canzoni, le ha portate dentro spesso senza sapere di averle, non prima di “scoprirle” e mostrarle – ce n’è un campionario veramente astruso e curioso. Silenzioso, ovviamente, se si eccettuano delle brevissime didascalie e la sezione finale degli “approfondimenti” che funge in pratica da legenda o da didascalia allargata, proprio per lasciare scorrere in un flusso asincrono e slegato dalla mera contestualizzazione cronologica flashes, istantanee, fermoimmagine di vita e di forma mentis, prima ancora che, come detto, di canzoni: immagini, spesso e volentieri sacre, tra icone rimediate nei mercatini delle pulci o autocostruite nel tentativo di «sviluppare una teologia unica che include sia il desiderio sessuale sia il desiderio di divinità»; ma anche private, come le foto dei genitori Colin e Dawn o di un Nick cucciolo nel coro della chiesa di Wangaratta. Poi stralci di taccuini (da quello con la prima stesura manoscritta de La morte di Bunny Munro al dizionario scritto a mano del 1984-’85, dove si notano le parole “aneurysm”, “anabaptist”, “avidity”, “auto-erotism”) e disegni, come il ritratto dipintogli dal primo amore Anita Lane, gli schizzi di donne nude che Cave ha definito «un vizio irrefrenabile» o la maglia autoprodotta per l’“Hotel Reparation Charity”, ovvero per pagare i danni in qualche hotel devastato.

Photo of Nick Cave and Anita Lane, c. 1980
Object photo: Tom Breakwell / Arts Centre Melbourne

O ancora, l’oggettistica varia (statuette di Gesù, un borsellino in pelle, la scatola con tre ciocche di capelli trovata in un mercatino a Berlino e che avrebbe scatenato il lavorio mentale che avrebbe portato a E l’asina vide l’angelo, addirittura un busto di Cristo trovato a Buenos Aires) e apparentemente casuale (la borsa “Kylie Minogue” – regalatagli una notte del 1992 dopo che qualcuno gli aveva dato «una droga che mi rendeva tutti simpatici» – che gli parlò e che «serbava una promessa») oppure molto identificabile, come è nel caso della Olivetti Lettera 25 ritratta a doppia pagina o del Penguin Dictionary of Curious and Interesting Words di George Stone Saussy III… Tutto, insomma, ha diritto di residenza in questo libro per immagini, addirittura i sacchetti per il vomito da aeroplano su cui Cave scrisse, appunto, The Sick Bag Song.

Handwritten dictionary of words by Nick Cave, 1984-85
Photo: Dan Magree / Arts Centre Melbourne

A condire il tutto, a “guidare” in questo percorso afono nel mondo Cave e per contraddire ciò che si è affermato sinora, lo splendido, filologico, densissimo al punto da rendere impossibile ogni sunto, saggio di Darcey Steinke sulla scrittura di Cave che da solo meriterebbe l’acquisto, per ampiezza e fluidità e riferimenti. Insomma, se l’impressione iniziale di questo libro (gemmazione della mostra omonima tenutasi alla Kongelige Bibliotek di Copenhagen), ovvero che fosse indirizzato solo ai die hard fan, svanisce pagina dopo pagina, immagine dopo immagine, in una caccia al tesoro continua e senza soste nel tentativo di ricompattare l’universo caveiano. Un universo cangiante e interstiziale, tra il divino e il carnale, tra l’angelico e il demoniaco, tra l’uomo e la sua ossessiva necessità di raccontare e raccontarsi facendosi, rubo le parole alla Steinke, «implicitamente carico di reincantare il mondo».

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