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    01
    1994

Classic

Geffen

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La rivoluzione non sarà televisiva, certo. Del resto, come medium la televisione ha ormai fatto il suo tempo, malgrado resista ancora e sorprendentemente, confermandosi tra le principale fonti di argomenti per il carosello degli hashtag. Ok, non credo che fosse questo il senso della celebre affermazione/canzone di Gil Scott-Heron. Parlando di rock, va comunque detto che la televisione ha giocato un ruolo importante per la sua storia, è stata una sorta di annunciatrice fatale, specchio dei tempi nuovi che innescavano il turbo nel momento stesso in cui si trattava di spandere la pandemia elettrica delle mode e dei modi. Mi riferisco, ovviamente, alle apparizioni – come definirle diversamente? – di Elvis Presley (prima il 28 gennaio del 1956, nel The Dorsey Brothers Stage Show sulla CBS, poi il 9 settembre dello stesso anno all’Ed Sullivan Show) e dei Beatles (il 9 febbraio del ’64, sempre all’Ed Sullivan Show). Non dico che queste vadano considerate come date fondanti da un punto di vista musicale, ma è come se lo fossero: il rock ha acquistato senso e forza proprio grazie alla sua capacità di permeare il tessuto sociale, nutrendosi dei conflitti e degli entusiasmi, dettando il tempo e le vibrazioni di un’esaltante – e talora, inevitabilmente, fallimentare – avventura culturale.

Elvis che dimena i fianchi e l’impertinenza luminosa dei Fab Four, furono due visioni che – sparate nei salotti attraverso la luminescenza magica del tubo catodico – determinarono una vera e propria linea di confine generazionale e perciò epocale. Attraversata la quale, i ragazzini diventarono di colpo giovani. E il loro orizzonte divenne il rock. Verso il quale si mossero, innescando una travolgente domanda – in senso economico – cui il mercato non mancò di dare risposte. In questo senso, possiamo affermare che l’epoca del rock ha iniziato ad esistere televisivamente. E, proseguendo il ragionamento sulla stessa falsariga, sempre televisivamente è finita.

L’anno è il 1993, il giorno è il 18 novembre. Il luogo, i Sony Music Studios di New York. Queste le coordinate spazio-temporali dello show che i Nirvana registrarono per la serie MTV Unplugged, diretta da Beth McCarthy. Il concerto fu trasmesso – e quindi ebbe luogo nell’immaginario collettivo – quasi un mese più tardi, il 16 dicembre. Quando Kurt Cobain si suicidò, nell’aprile successivo, i responsabili della programmazione di MTV decisero di mandarlo in replica fino alla nausea. Fu così che, da un punto di vista musicale ed estetico, si consumò un altro “annuncio” televisivo: l’epoca del rock era terminata. Intendiamoci, si tratta di una valutazione molto a posteriori e per molti versi estremizzata, però non mancano argomenti che possano sostanziarla.

A partire dal fenomeno unplugged, intanto: si trattò di un’intuizione a suo modo geniale. Ovvero: semplice, quasi scontata, ed estremamente azzeccata. Gli anni del grunge non furono altro infatti che la risposta ad un pressante e per molti versi indefinito bisogno di genuinità. Si aveva la sensazione, indotta e cavalcata da tutti i media, che gli 80s avessero calcato troppo la mano nella ricerca e invenzione di sonorità nuove, sintetiche e “altre”, finendo con l’invadere il campo dell’espressione, sclerotizzata in un più vasto progetto di sensazione. Si trattava di una ingrata generalizzazione, ovviamente: ma è così che procedono i sommovimenti epocali, per sommi capi. Il grunge raccolse quindi l’eredità dei Settanta più impetuosi e di quei soggetti che durante il decennio precedente non avevano smesso il piglio brusco, alla ricerca di quell’immediatezza già evocata dal punk ma tenendo al centro della proposta il senso di urgenza e lucidità dell’hardcore (Black Flag, Minor Threat e Hüsker Dü tra gli altri ebbero un’influenza enorme sulla scena di Seattle).

La moda acustica non si pose affatto come reazione a questa rigurgito elettrico, ma ne volle fin da subito rappresentare il controcanto, impegnandosi in una simile ricerca dell’autenticità perduta. Messa in prospettiva, nella cuspide tra 80s e 90s si consumò quindi una fase di riflessione riguardo al ruolo del rock, e accadde perché si aveva la percezione, netta, della crisi di questo ruolo. La moda dell’unplugged, col suo mettere l’accento sul lato più intimo e per molti versi crepuscolare della faccenda, esprimeva già un giudizio: il rock stava implodendo dopo aver abdicato dalla carica di attore sociale. La parata di reduci dei “glory days” a spine staccate – furono particolarmente fortunate le esibizioni di Dylan, Young e Clapton, divenute poi album di grande successo – consolidò questa sensazione di dissolvenza e conseguente applauso sui titoli di coda. Era come se il rock, per la prima volta, si chiamasse fuori dalla giostra dei tempi, preferisse cristallizzarsi in quella rappresentazione di sé, certo densa, intensa e fiera, però per molti versi arresa, incapace di aggiungere altro. Il rock, per voce e presenza di molti suoi protagonisti storici, apparve rassegnato al timore di procedere ulteriormente verso dove il rock avrebbe smesso di essere se stesso, preferendo continuare a esistere tra l’attenzione, la partecipazione, gli applausi di un ambiente pneumatico e fuori dal tempo reale, come può esserlo appunto uno studio televisivo.

In mezzo alla parata di questi ancora vivissimi dinosauri rock, si alternarono ovviamente anche band in voga, non ultime quelle provenienti dalla scena di Seattle, come Pearl Jam (nel ’92) e, lo abbiamo già detto, i Nirvana. Dopo di loro la serie sarebbe continuata a lungo, ma la sensazione è che a quel punto, dopo la famosa serata del novembre ‘93, della trasmissione fosse rimasto solo il format. In un certo senso, i Nirvana – e Cobain in particolare – posero il sigillo sulla faccenda.

Accompagnati dal chitarrista Pat Smear (già nei Germs) e dalla violoncellista Lori Goldston, i Nostri misero assieme una scaletta ad alto tasso emotivo ma essenzialmente livida, disperata. Si celebrarono, certo, ma pescando tracce più cupe che impetuose dal repertorio (i momenti più tosti sono Come As You Are e On A Plane, per dire). Sembrano quindi accettare le regole del gioco, anzi soccombervi volontariamente, prestandosi ad una performance che è evidentemente fuori dalle loro corde: detto di una Dumb che azzecca un’eleganza struggente (grazie al violoncello della Goldston), per il resto suonano ruvidi e piuttosto grossolani, le ali tarpate, incapaci di fare tesoro del ventaglio timbrico e delle sfumature della dimensione acustica. Eppure, proprio in virtù di questo, fanno esattamente quello che dovevano fare: testimoniano la loro fragilità. Più di tutti, rappresentano lo spirito della trasmissione, quella sorta di mutilazione programmatica dell’elemento elettrico, quest’ultimo interpretabile come una maschera(ta) dietro cui nascondere pochezze e mestiere.

In questo senso, il momento focale della scaletta è una Pennyroyal Tea da brividi per come si dispiega lucidamente devastata, affidata al solo Cobain, alla sua voce che grattugia gola e anima, alle pennate malferme, disperate. Ma più di ogni altra cosa colpisce la scelta di mettere in programma ben sei cover, e i titoli di queste: ben tre sono a firma Meat Puppets (tra cui una lancinante Lake Of Fire), una proviene dal repertorio della band culto indie-pop The Vaselines (una meravigliosa Jesus Doesn’t Want Me for a Sunbeam) e l’altra da quello di sua maestà David Bowie, ovvero la title track di uno dei suoi dischi più ruvidi e meno celebrati, The Man Who Sold The World. Sembrano altrettante dichiarazioni di alterità, ma non in senso snob, semmai di non appartenenza ad altro circo che non sia quello della casa di specchi musicale. I Nirvana – Cobain – sembrano dirci che malgrado tutto, malgrado le vagonate di dischi, la fama internazionale, MTV, malgrado tutto questo, il “luogo” in cui vogliono esistere è la loro ossessione per il rock. Lì e lì soltanto. Se mai il concetto di autenticità ha giocato un ruolo significativo all’interno di quella gran baracconata che è il rock’n’roll (come fenomeno sociale e mediatico innanzitutto), stiamo parlando di uno di quei momenti.

Ma: questa dichiarazione di identità è più rassegnata che orgogliosa. Dietro la rilassatezza della posa, in Cobain sembra agitarsi il fantasma di se stesso: un cardigan grigio topo, il pallore mortale e uno sguardo che sembra già misurare distanze incolmabili è l’immagine che decide di lasciarci. Soprattutto, ci lascia con la sensazione – quella che pervaderà la sua lettera di addio – che nel rock alberghi ormai una malattia incurabile, il cui decorso lo renderà marginale, inessenziale rispetto alle nostre vite. Dopo i Nirvana, dopo il grunge, il rock continuerà ad esistere e a trasformarsi. Ne sono usciti di grandi dischi da allora, certo, il punto però non è questo. Il punto è che il presente non sente più il bisogno di venire raccontato dal rock, e infatti viene raccontato da qualcos’altro. Il punto è che chi si ostina ad essere ancora oggi appassionato di musica rock, sa di vivere una passione marginale rispetto allo spirito del tempo. Così anche l’ascolto del rock, persino di un grandissimo disco rock, non significa più quello che significava prima.

Unplugged in New York dei Nirvana ci racconta questa implosione del rock attraverso il racconto dell’implosione di una rockstar, e lo fa mettendo in scena un rock che si riduce al minimo, si chiude nel proprio alveo culturale e sa bastarsi, non soggiace ai diktakt estetici dello spettacolo. Curioso che a fare tutto questo sia il disco della stessa band che poco più di due anni prima, con Nevermind, aveva fatto pensare – anzi: gridare – ad una rinascita impetuosa del rock. Certe vicende, viste da una certa angolazione, sembrano davvero parabole.

25 settembre 2016
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