• Apr
    01
    2016

Album

On-U Sound

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Se mi avessero detto che al giorno d’oggi qualcuno avrebbe decostruito il trio rock fino a farlo sembrare qualcosa d’altro, avrei fatto la stessa faccia con cui sono uscito dall’ascolto di #N/A: stranita. Intendiamoci: il nuovo lavoro delle Nisennenmondai non è un’assoluta novità né tanto meno un fulmine a ciel sereno, visto che il trio giapponese procede spedito come i suoi groove verso i due decenni di carriera. Semplicemente Masako Takada, Yuri Zaikawa e Sayaka Himeno, che già vantano una reputazione solidissima – solida, appunto, quanto il loro irrefrenabile motore ritmico – aggiungono un ulteriore tassello alla propria evoluzione approdando su On-U Sound e affidandosi alle cure di mastro Adrian Sherwood, che a suo dire si è limitato a perfezionare, lavorando sui dettagli, un sound già definito.

Da subito una band che chiama tre suoi brani rispettivamente Pop Group, This Heat e Sonic Youth non può non stare simpatica. Ma si tratta di cose del 2004, superate (parliamo dell’EP Neji , che con l’altro EP Tori formava la compilation che le ha introdotte in Occidente). Nel frattempo le tre giapponesi, oltre a ricavare un enigmatico e ineffabile stile da quella prima grammatica citazionista, lo hanno asciugato; hanno spremuto, contratto e asetticizzato ancora di più il suono e i groove – e limato quelle tracce di rock suonato come rock (art, punk…pur sempre rock). Si sono avvicinate, a conti fatti, a una forma di cyber-trance-kraut-punk-nippo-noise che suona come un act elettronico ma non lo è. Non lo è tecnicamente, ma solo in maniera concettuale. Nella loro ode alla ripetizione e al percussivismo le giapponesi prendono prima il motorik del kraut e i princìpi della composizione minimalista e li applicano in maniera punk a un organico rock, e poi decostruiscono la composizione del rock stesso per avvicinarla a una techno suonata. Sì, techno, e sì, suonata. Perché in queste geometrie chitarra-basso-batteria, i riff, i giri di basso sono così meccanici e impuntati che diventano dei loop; le figure chitarristiche sono altrettanto percussive o inafferrabili nella loro atonalità, e il drumming spara raffiche di una precisione, costanza e regolarità disumane (un’idea tutta post-rock di virtuosismo, ma sarebbe meglio dire post-kraut, l’half man half machine di Jaki Liebezeit spalmato su un’altra dimensione).

Il disco infatti avrebbe tutte le fattezze di un esperimento di elettronica minimal-dub-trance, se non si avesse la percezione della natura peculiare del suono della band, che fa (quasi) tutto con tre strumenti e un rack di effetti. Da una parte le cerebralissime noisers giapponesi aggrediscono con martellanti bordoni ritmati (#1), dall’altra tendono a una trance effettistica (#2). Poi i due effetti si mischiano sempre di più man mano che le Nostre stringono la presa, con una progressione di pezzi esaltanti e alieni: scansioni ritmiche di un’asfissiante regolarità si fratturano in più linee che rimbalzano l’una contro l’altra, nella techno ambient rumorista di #3 – che sconfina nell’industrial e addirittura in un pazzoide cyborg funk – o si sdoppiano in una gragnuola di sincopi, mentre intorno svolazzano ectoplasmi post-punk (#4). Ma per chi scrive il meglio deve ancora arrivare ed è #5: intro ossessionante di un minimalismo a-rock, una grandinata atonale che mette subito sull’attenti; poi entra il solito drumming sopraffino e forsennato e da lì è tutta una fibrillazione tribal-techno analogica, sospinta dal solito propellente (poli)ritmico micidiale.

È tutto in questi cinque brani (a cui si aggiungono due pezzi live mixati da Sherwood). Vale la pena di rispolverare il concetto originario del post-rock (usare strumenti rock per scopi non rock). Ma mentre il post-rock dei Novanta è musica ormai canonizzata, le Nisennenmondai quello stesso concept lo spingono avanti, avanti e avanti. Non si sa dove, forse in un buco nero. Dove sarebbe comunque interessante perdersi.

12 Aprile 2016
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