Recensioni

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Riprendono da dove si erano fermati, i tre svizzeri Niton, o forse no. Se l’esordio omonimo era frutto di una session live di “musica intuitiva” rielaborata e risistemata da Zeno Gabaglio (violoncellista avvistato da queste parti nel lavoro di Francesca Lago), El Toxyque (al secolo Enrico Mangione, a oggetti, theremin, banjo, loop ed elettronica) e Xelius a.k.a. Luca Martegani (synth digitali e sound design), questo Tiresias parrebbe invece frutto di modalità sempre improvvisative, ma più consone. L’interazione è al solito tra una triplice forma di produzione sonora, in bilico tra modalità elettroniche (i synth di Xelius), acustiche (le corde di Gabaglio) e materiche (gli oggetti sonorizzati da El Toxyque); il risultato non è molto dissimile da ciò che si ascoltò nel citato esordio, ovvero una commistione umorale e dal mood oscuro tra “classica e improvvisazione, elettronica e strumentazione digitale, astrazione elettroacustica e rumorismo soffuso”.

Se, tuttavia, quello era figlio di un dato momento, fotogramma catturato in movimento e in continua definizione, ma pur sempre immagine fissata di un preciso momento di interazione live, Tiresias è più dilatato (nel minutaggio ma anche nell’approccio musicale), più elaborato – dopotutto, 15 mesi di intenso lavoro tra improvvisazioni e rielaborazioni hanno il loro perché – e più cupamente ossimorico nel suo contrapporre fonti sonore così distanti in una forma paradossalmente organica. Non a caso è la figura mitologica di Tiresia ad essere eletta a rappresentante dell’album, in quanto personaggio in grado di incarnare contrasti profondi e opposti evidenti. Esattamente quelli che si provano durante l’ascolto della semi-techno haunted di Päto, della neo-classica di Had Is The Weakest Point, della lunga suite astratta di Bewno o, nel suo insieme, di album lungo e impegnativo ma foriero di sorprese e soddisfazioni ad ogni passaggio.

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