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6.8

Ci coglie di sorpresa la nuova incarnazione di Liz Harris, meglio nota come Grouper, ma chi sospetta che Nivhek sia soltanto una sorta di progetto parallelo, o una parentesi da prendere sottogamba, è semplicemente sulla cattiva strada: After Its Own Death/Walking in a Spiral Towards the House è un lavoro – l’ennesimo – denso di magiche evocazioni. E se a un primo impatto la sensazione è sì quella di una pausa, di uno stand-by protrattosi in uno spazio di intima e sofferta riflessione, ai secondi ascolti diventa facile ricordare come, in fondo, questo ambiente sia il luogo in cui la musica di Liz Harris aleggia da sempre.

Autoprodotto ma commissionato da un sodalizio tra il festival Unsound, il Barbican Centre e il Goethe-Institut, After Its Own Death/Walking in a Spiral Towards the House nasce dalla collaborazione con l’artista visuale Marcel Weber, o meglio dalle residence in Portogallo e a Murmansk, nella Russia artica, dove i due hanno presentato un’installazione audiovisiva e durante le quali Harris ha composto le due parti che danno il nome al disco. Sulla base di un tipico approccio less is more, si alternano texture ambientali e residui di folk magico, Mellotron in ipnosi e vecchi pedali malfunzionanti, partiture per vibrafono e campane risonanti, bordi di silenzio e parole non dette: mai come in questo caso la musicista originaria dell’Oregon ha utilizzato così poco la sua voce. Eterea e chiesastica, la si può ascoltare soltanto nei primi minuti di riproduzione, prima che una distorsione ribollente la spazzi via per imbastire la parabola dell’eterno ritorno che sta nel cuore del disco: entrano in scena quelle campane e quelle sparute note di vibrafono che, ciclicamente, sempre uguali e sempre diverse, ritroveremo nel corso dell’intero ascolto.

Ognuna delle quattro tracce è in realtà composta, a sua volta, da mini-brani interni che sono varie tappe in un cammino dominato dall’assenza e dalla perdita. Sono le parole chiave della musica di Nivhek, puntualmente capace di evocare un aldilà popolato da memorie crepitanti, segni di vita a stento riconoscibili e indizi di un passato in cui rovistare. Nella seconda parte, Walking in a Spiral Towards the House, siamo all’interno di una casa-mausoleo, tra polvere, ragnatele e candele colanti cera ormai rappresa. A ben vedere, lo spazio domestico visto come memoria perturbante pare stia nuovamente facendo breccia in certe narrazioni contemporanee: ad esempio pensiamo a The Haunting of Hill House, basata sul romanzo di Shirley Jackson. Ma tra il rimestare nel torbido – come fanno i personaggi di quella serie TV, vittime della loro stessa pulsione di morte – e il riflettere in modo costruttivo sul dolore c’è una sottile ma sostanziale differenza: è in questo ambiente ristretto, sulla soglia, che può (ritornare a) vivere la musica di Liz Harris, che si faccia chiamare Grouper, Nivhek o come meglio le pare.

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