Recensioni

5.2

Il prolifico compositore e musicista svedese Henrik Nordvargr Björkk, trascorsi gli ultimi tempi  in tema di sperimentazione principalmente a ridosso del più estremo rumorismo harsh, torna, dopo anni, all’originaria attenzione per la dark ambient da lui stesso in senso molto aperto già codificata con piglio poliedrico. Murkhr è fuori da qualche tempo per l’italiana Old Europa Cafe in edizione limitata a 300 copie in LP e CD (contemporanemante, avendo i due supporti materiale differente materiali incisi). Ritorno alla dark ambient , appunto, ma in una accezione  che nel frattempo, forse, risulta essere irreversibilmente uscita dai termini dal discorso musicale contemporaneo. Diventata canone, e in questo, di nuovo, determinata dal contributo fondativo dello svedese, rischia adesso di essere completamente velleitaria nelle intenzioni e schiacciata da una visione del mondo poco propensa al dinamismo interpretativo e trans-generico suggerito dai tempi attuali.

Il 12” consta di due pezzi lunghi, uno per lato, per una durata totale di circa 40 minuti equamente divisa.  I due brani, che scorrono senza particolari capacità di catalizzazione delle attenzione dell’ascoltatore, sono di fatto due suite di ambient oscuro, monocorde e del tutto trascurabile sia nelle velleità che negli impliciti presupposti.

Più articolato è invece il discorso che riguarda il cd, vario e capace di una trasversalità di soluzioni che ne rende più piacevole l’ascolto. Il punto di partenza è sempre il drone più malevolo e, ormai, prevedibile anche proprio in funzione dell’immaginario di riferimento di Nordvargr, il quale, schierato talvolta in prima persona tra le file dei musicisti black metal piuttosto che industrial (si ricordi il significativo passato nei seminali Maschinenzimmer 412), dichiaratamente sta da quella parte della barricata. Se comunque di maggiore ricchezza di soluzioni si parla, rimangono sempre delle evocazioni riuscite a metà. Che ci siano ambienti ospedalizzati nelle title track, oppure climax dinamici da film horror in Interdimensional Drift, il lavoro tende tuttavia a scadere in breve termine nel cliché meno elevato, fino ad alcuni episodi al limite dello sfortunato, come i fraseggi dal pathos epico ma infelice sul finale di Larvae Rex Caelestis  o il movimento massimalista completamente scontato e retorico del finale, dove al grossolano si aggiunge il cattivo gusto paramilitare della musica marziale. Episodio più curioso dell’intero album è The Alchemical Vessel, tra tromboni, bassi rotolanti/glitch e stravagante dissolvenza ritmica nel finale.

Che il genere inteso in questo senso sia forse morto si è detto. In particolare attualmente sembrerebbe essere illuminato da una forma di sdoganamento che porta alcune delle sue più evolute manifestazioni in contesti meno criptici (Samuel Kerridge tra i nuovi, Lustmord tra i veterani). Ma ancora rimanendo sul punto, esiste il modo di interpretare questi ambienti principalmente interiori che sia del tutto onesto e non necessariamente banale. Per quanto qui si parli di un maestro, oggi i loro alfieri più attendibili sono altrove. Lo dimostrano tra gli altri e in diversi modi tra loro i vari Maurice de Jong, Rainforest Spiritual Enslavement, Sutekh Hexen

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