• feb
    28
    2014

Album

Relapse

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Il progetto Nothing ruota tutto attorno alla tormentata figura di Domenic Palermo. Cresciuto a pane e musica inglese (la sorella amava gli Smiths, la madre Vashti Bunyan e il fratello maggiore gli Slowdive), nei primi anni Zero diventò una figura di spicco nel giro punk/hardcore di Philadelphia, prima di dover abbandonare l’attività musicale (e i suoi Horror Show) a causa di un brutto episodio di violenza che gli costò due anni di reclusione. 

Dopo qualche anno lontano dagli strumenti musicali, nel 2011 Domenic “Nicky Money” Palermo decise di tornare a scrivere canzoni influenzate dalla drammaticità dei romanzi russi dell’Ottocento (Gogol’, Dostoevskij) e dalle distorsioni shoegaze, dando vita ai Nothing, prima con il supporto di Brandon Setta e poi in dimensione band con Ryan Grotz (terza chitarra), Joshua Jancewicz (basso) e Michael Bachich (batteria).

Con alcuni EP alle spalle – ultimo dei quali Downward Years to Come – i Nothing debuttano su formato lungo con Guilty of Everything, prodotto da mister Jeff Zeigler (Kurt Vile e War On Drugs). Un titolo ed una copertina che sono chiari input sul mood in direzione “depressione” che aleggia attorno all’intero progetto: un senso di claustrofobica impotenza che porta ad arrendersi (“Death is an ending of unremitting struggle, a dreamless sleep, a vast and implacable emptiness” uno dei loro primi motti) e che ben si sposa con lo shoegaze b/n tipicamente americano, destinato ad un pubblico più vicino ai lavori dei Whirr di Nick Bassett (l’ex chitarrista dei Deafheaven), con il quale Palermo ha recentemente dato vita al side-project dark/post-punk Death Of Lovers. In questo senso, non sorprende che l’album esca per una label come la Relapse che, oltre ad essere di Philadelphia, si rivolge da sempre a un target di un certo tipo.

Come i Whirr, anche i Nothing dimostrano di aver imparato bene la lezione di Kevin Shields e di saperla appesantire, trasformando il multicolor lisergico in oscura catarsi autolimitante. La proposta infatti non sembra (quasi) mai decollare e poter raggiungere consensi trasversali, nonostante una scrittura piuttosto ispirata. Domenic tenta infatti di conquistare vette eteree sin dall’iniziale tributo a Defoe, Hymn To The Pillory, senza però mai riuscire ad elevarsi dalle melanconiche tenebre che lo avvolgono. Lungo le nove tracce, i rumori acidi di Philly (Lilys, Bardo Pond) e i numerosi ascolti formativi (Catherine Wheel e Swervedriver su tutti) plasmano soluzioni sonore talvolta imprevedibili (il gioco clean-override di Dig) che spaziano dai veloci rigurgiti alt/college rivisti in formato gaze (Bent Nail, con gli ottimi Cheatahs non troppo distanti o Get Well) alla grandiosità epica di gente come Jesu e Iroha, passando per certa magniloquenza pinkfloydiana (B&E) meno prolissa e ambiziosa.

Guilty of Everything, pur convincendo nel suo complesso, non sposta di una virgola quanto già detto in territorio shoegaze e dintorni: di conseguenza, è difficile consigliarlo a tutti quelli che non riescono più a digerire l’accoppiata voce sognante+mare di feedback. Per i cultori, invece, si rivelerà un ascolto più che soddisfacente.

4 Marzo 2014
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