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7.1

Vengono da Melbourne i Nun, quartetto capitanato dalla cantante Jenny Branagan che schizza fuori da una scena australiana ancor più sotterranea degli ormai semi conosciuti post punkers Slug Guts, Uv Race e Total Control, nell’ambito di una synth wave che fa riferimento al lavoro dell’autoctona Nihilistic Orb. Li ritroviamo ora catapultati sul palcoscenico internazionale grazie al lavoro – sempre di culto – della Avant, che co-produce il disco insieme ad Arrght records.

Il punto di partenza, per il combo, sono gli 80s, sia per un suono dark/minimal di impasto analogico (i necrofili potrebbero ripescare gli Iron Curtain), sia per l’immaginario orrorifico che va a braccetto con un Carpenter e un Cronenberg d’annata, a cui tra l’altro viene dedicato un brano in tracklist. Ma ai Nun riesce la magia di far suonare questo debutto contemporaneo e variopinto, ovviamente in scala di grigi. E’ la voglia di fisicità l’arma in più dei quattro, pronti a scendere sul dancefloor con un paio di episodi spooky che in un mondo migliore sarebbero anche delle hit radio (il singolone Evoke the sleep e Kino), per poi alternare ritmi frenetici dominati però dalle distorsioni (Cronenberg) a momenti di calma apparente, perché rinunciare al beat non vuol dire abbandonare l’aggressività, vedi l’incipit industrial di Immersion II.

E’ un lavoro omogeneo ma con molte frecce al suo arco, questo, in cui arriva anche l’electro pop grigiastro di Subway e quello un po’ più didascalico di Uri Geller, prima di un trittico finale che prevede sci-fi (Lost Souls), synth punk (Terrormaze) e industrial wave (In Blood). I Nun sembrano già belli e pronti per scalare le classifiche, non gli resta che trovarle.

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