• mar
    01
    2012

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Venus

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Cos'altro attendersi da chi della persistenza mnemonica ha fatto una vera e propria poetica, se non riproporre se stessi? Col terzo album quindi persistono, desistenza, neosensibilismo e tutto, gli Offlaga Disco Pax. Ma saggiamente introducono accorte correzioni alla rotta, piccoli ma decisivi aggiustamenti di sapore. Più evidenti quelli sul versante sonoro, chiaramente debitore dell'esperimento vintagista messo a segno col Prototipo EP di poco oltre un anno fa: suoni caldi, cardiaci, tarati sull'emotività della narrazione, mossi da un dinamismo interiore che non cerca l'assalto alla Robespierre ma al più definisce asciutte sincopi digitali che vagamente rimandano alla synth-wave umanizzata dei Notwist quando non a certe marezzature "pseudo-soul" – metteteci quante virgolette volete – non lontanissime dall'estetica d'un Riccardo Sinigallia (vedi su tutte la disavventura contemporanea di A pagare e morire).

Detto che il periodo di riferimento musicale resta ovviamente la cuspide tra '70 e '80 – quel candore livido delle linee di basso, il tripudio irrequieto dei sintetizzatori, le pulsazioni cibernetiche e le chitarre trasfigurate – sembra però palpabile una sintonizzazione col nuovo livello di apprensione dei nostri giorni, una gravità densa compensata dal ricorso a riff di tastiera sempre ingegnosi e mai ciarlieri, forse mai così azzeccati e sistematicamente utilizzati. I testi si adeguano organicamente alla situazione, Collini non cerca quasi mai l'invettiva (salvo quando con poche pennellate tratteggia l'ondivaga liaison tra il Belpaese e Gheddafi in Piccola storia Ultras) e si concede mémoires anche più laconiche del solito, formula che sembra invero un po' esausta e che difatti non va oltre il dignitoso in Palazzo Masdoni (un manifesto poetico tardivo) e Respinti all'uscio, per poi comunque azzeccare con Sequoia la quadratura tra emblematico e toccante (di cui Collini aveva già dimostrato d'essere maestro, ad esempio in Venti minuti).

Riferito della parabola sportiva Tulipani (sulla folle impresa del ciclista olandese Johan van der Velde, che nel 1988 scalò il Gavia innevato rischiando l'assideramento), gradevole ma certo meno intensa e coinvolgente di Ventrale, occorre puntare l'obiettivo su Desistenza e il singolo Parlo da solo, forse le due tracce più vicine al concetto di canzone mai realizzate dagli Offlaga, funkettini wave algidi basali, narrativamente sospesi tra il detto e l'allusivo, tra l'intimo e l'emblematico, il reading che giocoforza a tratti diventa quasi un rapping. Se dovessimo ipotizzare una prospettiva per il trio Carretti, Fontanelli e Collini, è su questi due ultimi titoli che concentreremmo la nostra attenzione.

6 Marzo 2012
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