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Il tono polemico è sempre stato il tratto distintivo di Oliver Stone, uno di quei registi che hanno contribuito a formare nella mente degli spettatori un quadro chiaro e definito di cosa siano stati e siano tuttora gli Stati Uniti d’America. Che la sua lente fosse puntata verso fatti vissuti direttamente, come nella Trilogia del Vietnam (Platoon, Nato il 4 luglio, Tra cielo e terra), o indirettamente, con la Trilogia dei Presidenti (JFK – Un caso ancora aperto, Gli intrighi del potere, W.), il regista newyorkese ha sempre riservato per sè un piccolo spazio dove poter far esplodere, tuonare la propria voce, la sua versione dei fatti, che molto spesso coincideva con quella della frazione politica più estrema.

Ecco che allora fa persino più male constatare come questa vena anarchica e ribelle sia sbiadita in maniera sempre più evidente con l’ingresso nel XXI secolo, tra progetti sbagliati (Alexander, Wall Street – Il denaro non dorme mai) e altri semplicemente troppo innocui per ricondurli alla mente di un regista capace di consegnarci sceneggiature impeccabili e pungenti come quelle di Scarface e Wall Street. Se già W. lasciava trasparire fin troppa insofferenza verso l’odierno stato politico del suo Paese, questa non era tuttavia supportata da una visione cinematografica degna del nome di Oliver Stone, abbattuta dal contemporaneo, costretta a rincorrere un pubblico che mastica la polemica e la provocazione quasi si trattasse della solita routine quotidiana. Accade la medesima cosa in questo Snowden, cronaca degli eventi che portarono l’agente dell’NSA ed ex-CIA a divulgare una moltitudine di documenti segreti e rivelare al mondo intero l’enorme ipocrisia di un Paese che ogni giorno si erge a simbolo della libertà, salvo poi violare la privacy di miliardi di persone e difendersi dietro la banale scusa della sicurezza internazionale.

La pellicola ha inizio in una camera d’albergo a Hong Kong, dove un sospettoso Edward Snowden accoglie il giornalista Glenn Greenwald, il corrispondente del Guardian, Ewen MacAskill, e la documentarista Laura Poitras (che riceverà l’Oscar per il relativo documentario Citizenfour). Da qui partirà un viaggio a ritroso che ripercorrerà la brillante e repentina carriera nei servizi governativi di Snowden: dall’allontanamento forzato dall’esercito, causa infortunio, all’ingresso nella CIA, dove inizia subito a farsi notare, ottenendo missioni in tutto il mondo. La coscienza dell’analista subirà un colpo decisivo quando scoprirà che il suo governo monitora quotidianamente miliardi e miliardi di dati che sarebbero dovuti rimanere privati.

Non siamo più nell’America del Vietnam, questi sono gli Stati Uniti (e paranoici) d’America del post-11 settembre, che da un lato fanno esplodere ordigni a distanza in Iran, Iraq, Afghanistan, e dall’altro spiano le tue conversazioni sui social network e le tue e-mail. Una nazione dilaniata da un senso di colpa che non potrà mai essere estirpato dalle coscienze dei suoi leader, siano essi repubblicani o democratici. Purtroppo tutto questo non è tradotto in una concezione cinematografica che vada al di là della semplice agiografia, dell’elegia verso quello che è etichettato (fastidiosamente in fretta) come nuovo eroe americano, con relativa scrosciata d’applausi a scena aperta. A tutto ciò manca, infatti, un respiro riflessivo, pensato, studiato, analizzato, che ovviamente non può arrivare solamente a pochi anni dal compimento di quei fatti (il lasso di tempo preso in esame è il 2004-2013) e soprattutto non può palesarsi in questa forma, chiaramente indirizzata a un pubblico più vasto possibile.

Non si cada, però, nell’errore di pensare a Snowden come a un pessimo prodotto; al contrario il biopic di Stone fornirà un quadro chiaro (anche se non esaustivo) a tutti coloro che non hanno confidenza con questo genere di informazione e che non hanno molta familiarità col genere documentaristico, in grado di consegnarci una perla come Citizenfour. Sarà capace di accontentare persino i palati più difficili, garantendo una love-story classica (dove però Shailene Woodley appare decisamente fuori parte) e un protagonista magnetico e mimetico (incredibile la performance di Joseph Gordon-Levitt). Ed è proprio questo a far storcere il naso agli amanti della Settima arte, perché tutto ci saremmo aspettati da Oliver Stone, tranne che l’ovvio, il canonico, il banale.

Presentata al BFI London Film Festival, la pellicola è stata proiettata anche alla Festa del Cinema di Roma e arriverà nelle sale italiane il 1° dicembre 2016.

24 ottobre 2016
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