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«La politica, come Shakespeare scrisse a proposito della vita, è un racconto narrato da uno stolto, pieno di rumore e furore, che non significa nulla. Ma è di questa passione che gli uomini vivono. E muoiono. I conflitti della Guerra Fredda hanno definito la mia generazione e delineato i contorni del presente. Le ceneri sono ancora accese e ci si può facilmente bruciare. Tuttavia, mi pare che oggi la distanza storica permetta di discuterne. Non certo con distacco, ma con la libertà e il rigore di un’analisi magnanima, seppur prudente. Senza farsi ingannare dalle maschere dell’ideologia. Mi interessa la storia moderna vista attraverso la lente della sua umanità, per come rivela nei suoi attori l’intima verità che definisce le azioni, la fede e gli errori. C’è un motivo per cui facciamo ciò che facciamo? Chi può essere giudice? Trascinati dalla ruota della storia, preda di demoni e illusioni, ma anche vittime di entrambi, gli attori nel dramma della politica sono nostri fratelli, così come noi siamo loro complici». Così commenta Olivier Assayas la sua ultima fatica che, a sette anni di distanza da Qualcosa nell’aria, torna ad abbracciare esplicitamente il tema politico e, soprattutto, il suo rapporto con la rivoluzione e il pensiero dietro quest’ultima.

Se nella pellicola succitata erano gli estremismi politici post-sessantottini ad interessare l’indagine di Assayas, in questo nuovo Wasp Network, presentato in concorso alla 76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il periodo storico e politico di riferimento è la Cuba degli anni Novanta, impegnata in un’assidua lotta di controspionaggio ai danni di quei nuclei terroristici che cercarono ripetutamente di destabilizzare il potere di Fidel Castro con attentati nei centri turistici più importanti dell’isola, probabilmente con l’aiuto occulto degli Stati Uniti d’America. A differenza di Qualcosa nell’aria, che faceva della distensione narrativa la sua maggior qualità, in un affresco a metà tra il cinema di impegno civile e l’esistenzialismo di Antonioni, Wasp Network (girato interamente in lingua spagnola e inglese con un cast di spicco, con nomi che vanno da Ramirez a Cruz, da Bernal a Moura) opta invece per una narrazione dai toni più serrati, con sequenze di breve durata e cicli spezzati attraverso improvvise dissolvenze che accentuano la natura frammentaria del racconto e i diversi punti di vista adottati.

Pur prendendo saltuariamente posizione circa gli eventi narrati, Assayas è in effetti più interessato ai risvolti umani che una decisione presa all’insegna dell’ideologia può innescare. È così per René González, che decide di lasciare moglie e figlia a Cuba per unirsi al controspionaggio a Miami, con queste ultime ritrovatesi tacciate di essere traditrici agli occhi del regime comunista e dell’opinione pubblica; è così sarà anche per tutti gli altri personaggi coinvolti. Cosa si è disposti a sacrificare in virtù di una morale capace di condizionare le nostre decisione a discapito degli affetti personali: è la condotta politica più giusta? L’unione della collettività a vantaggio del benessere comune a svantaggio dell’individualismo e degli egoismi? Probabilmente, ma a quale costo? Assayas documenta in poco più di 120 minuti ciò a cui questi personaggi hanno rinunciato, quello che hanno scelto di ignorare, senza dare giudizi, esponendo i fatti in una forma discontinua e decisamente straniante, certo, ma con l’onestà dello sguardo, quello che da sempre contraddistingue il suo cinema e attraverso una contaminazione dei generi anche stavolta libera da compromessi.

1 Settembre 2019
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