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    01
    2004

Album

Rough Trade

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In origine avrebbe dovuto essere un doppio EP, adesso esce invece come il nuovo album. Otto le canzoni in scaletta, collaudate ampiamente nei live set durante i mesi successivi all’uscita del discusso Each One Teach One (2002), apocalittica deflagrazione che li aveva sbalzati tanto in alto da permettere loro un po’ di caduta libera senza accusare cali di tensione né d’ispirazione. Era il caso dello split con i Liars, è il caso dell’ultima fatica Secret Wars.

Se il doppio precedente portava alle estreme conseguenze musicali la svolta sonora già evidenziatasi con Anthem of the Moon – le pulsazioni omicide dei Suicide, la ieraticità marziale della Sister Ray di velvettiana memoria, il minimalismo storico e amenità del genere – queste otto battaglie per chissà quali “guerre segrete” non nascondono, invece, rompicapi stilistici alcuni. Tutto torna ad essere piano e, compositivamente, ciò ha il vantaggio, meramente filologico, di evidenziare le radici d’un suono (la new wave targata Ralph-Subterranean, la psichedelia rumorista dei sixties, dai 13th Floor Elevators ai Red Crayola) sinora in ombra.

Ciò detto, Treasure Plane, che del cd è la porta d’accesso, si adagia – dileguando le accelerazioni ipercinetiche del passato – su toni addirittura “ballad”, un po’ come dei Pearl Jam impantanati in un incubo floydiano. L’eccesso nell’uso delle voci filtrate, prima costante, viene completamente obliato, dimenticato nel baule “rumorista” dell’armamentario degli Oneida. Quanto la depurazione in atto nulla aggiunga o sottragga al discorso sonoro dei newyorkesi, ce lo conferma Caesar’s Column, col suo impastare industrial, funky e una specie di hip hop sordido e stranito, nascondendo una coda che quasi è un tributo ai Pink Floyd di Pow R Toc H (tintinnii metallici, sberleffi vocali sussurrati appena).

Proseguendo lungo la scaletta, incontriamo Capt Bo Dignifies The Allegations (una visione ripulita di quelle ben meno compiacenti di Each One Teach One) e Wild Horses (sconcertante, chiama in causa addirittura, simulando il timbro vocale di David Gilmour, i Pink Floyd dei tardi ’80). Sorge qualche interrogativo sulla capacità degli Oneida di perpetuarsi tanto nella stabilità quanto nella mutazione. Ma poi, deo gratias, arriva la vera chicca del platter.

The Last Act, Every Time coniuga, infatti, un vago mood orientalista con deturpanti, acidissime frasi d’organo, repentini tafferugli percussivi e un assolo arricciato di chitarra per un folk androide conteso tra epica e distacco, una psichedelia ipnotica e cerebrale: il tutto riporta alla mente le combinazioni alle sei corde, inventive e crudeli, dei rimpianti Polvo (altezza Today’s Active Lifestyle direi), così come s’intravedono punti di contatto estetici (il primo piano esasperato di corde e voci, la persistenza dell’analogico, la tortuosa indolenza melodica, la flagranza imprevedibile delle perturbazioni sintetiche) col lavoro dei The Books. E’ un capolavoro. L’unico in programma.

Concludono due canzoni meno inebetite dallo sperimentalismo degli Oneida migliori ma cariche ugualmente di interesse: la martellante filastrocca lisergica di The Winter Shaker e la lunga jam di Changes In The City, dove il crescendo energetico si distende inesorabile ma sotto stretto controllo, distorto e graffiante tuttavia austero, come un delirio cloroformizzato, come la potenza di fuoco di Blue Cheer e Can messi assieme, però incanalata ad alimentare un qualche meccanismo lento e devastante. Né l’una né l’altra salvano quest’opera dal rivelarsi come “di transizione”, e magari insinuano un dubbio, quello cioè che il puzzle di stili e frammenti di stili, così ben centrifugati nel passato recente degli Oneida, necessiti di uno studio, d’una volontà di farne combaciare le tessere, perfido e maniacale, ingegneresco e architetturale, caricaturale ed ironizzante.

Venendo a mancare questo lavoro propedeutico in fase d’arrangiamento, i pezzi sarebbero davvero molto scontati e il songwriting degli Oneida pian piano si affloscierebbe nel “già udito”. Ed è quanto talora accade in Secret Wars. Otto brani per una scaletta non perfettamente coesa, in ossequio alla sua natura di ep sfuggito al controllo. Otto simulacri, se vogliamo, dell’avant-Oneida-sound primario, che per quanto gradevoli all’ascolto non riescono ad alzare ulteriormente il livello d’interesse per queste guerre segrete, sempre meno guerre e tanto meno segrete

1 Gennaio 2004
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