• apr
    01
    2005

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Jagjaguwar

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Potranno sembrarvi impazziti d’un tratto, o estremamente coraggiosi, o inaspettatamente rammolliti. Gli Oneida, già. Proprio quei nerd from NYC capaci di squinternare antiche muffe garage psych a furia di sgassate kraute, quelli che una furia progettata a tavolino è pur sempre furiosa, quelli che una quadratura ritmica è un congegno a baionetta e gli assolo squarciano la coltre acida con aggraziata foga da shrapnel. Loro, insomma, tornano con un disco infarcito di: archi e melodia. Avete letto bene. Archi e melodia. Non mancano – certo che no – di spianare gli usuali orditi psichedelici: visioni a folate, ispide & chimiche come rigurgiti Ultimate Spinach (si prenda all’uopo il lento incedere tra gorghi di watt, fantasmagorie elettroniche e deliri proto-floydiani di Heavenly Choir), gorghi lugubri e urticanti come marci deliri Jefferson Airplane (vedi la concrezione blues di Spirits, organi in fiamme, cori anfetaminici, chitarre esotiche e campanellini).

E non manca la scienza inesorabile di chi sa triturare il piglio beffardo degli Stranglers e i tatticismi dei più aspri Talking Heads (nell’allucinante Lavender), o virare con disinvoltura una torrida escursione MC5 nella più ipnotica e seriale strategia Neu (la scellerata Did I Die). Però la scaletta è aperta da una The Eiger che ti fa ipotizzare gli ormai defunti Beta Band in vestigia da camera, incalzante e romantica come dei Left Banke redivivi o un Vivaldi sotto lsd. Per non dire degli archi accorati tra synth madreperlacei di Charlemagne – quasi gli ultimi Mercury Rev in suadente parata – o della squillante mestizia folk abbozzata nella conclusiva August Morning Haze – uno degli episodi più “dolci” mai licenziati dagli Oneida. Oppure ancora dell’ibrido medievale/elettrico/sintetico di Run Through My Hair e infine della marcia stolida tra archi volteggianti di Know.

Sboccia una sensazione laterale, che si tratti cioè di un espediente per sfuggire al cul de sac stilistico che – malgrado l’apparente vitalità e l’indiscutibile entusiasmo – si prefigurava all’orizzonte. Sensazione che non si dissolve del tutto né apprendendo l’età del progetto (pare che girasse loro in testa dal 2001) né imbattendosi in stordenti ritorni di fiamma quali il blues pulsante e alieno di The Beginning Is Nigh (tra clangori desertici, sfrigolii acidi e refoli spaziali sembra i Primal Scream alle prese con un denso sogno Pink Floyd) o l’allibente marcetta giocattolo di High Life (organini e drum machine, batteria e archi, fatamorgana di chitarre e cori – ancora – Beta Band).

Si prenda dunque questo disco per quello che più sembra, un lavoro di transizione che spande curiosità, dubbi e buone vibrazioni in ugual misura. I posteri – e i postumi – sono i soli abilitati a dirne di più.

5 Aprile 2005
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