Live Report
Dal 7 Giugno al 10 Giugno 2012

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se c’è del nulla, se lo sono bevuti, pure questa volta, pure noi
Da un manuale minimo di sopravvivenza a Oporto

L’unica certezza è che l’Optimus Primavera Sound di Oporto – quest’anno alla sua prima edizione – non potrà essere considerato il figlioccio del ben più famoso e quasi omonimo festival di Barcellona. Ma una promessa che ben presto si trasformerà nel festival dove scappare il prossimo anno, a rifugiarsi tra i cristalli hype di una città, di una musicalità, di un’organizzazione, di uno stile di vita da recidere i fiati ossessionati dalle caipirinhe dei 25 mila giovinastri (al giorno) che si rincorrono. Tutti asserragliati in questo stralcio di terra pasoliniano (l’innovazione architettonica del lungomare ricorda Tor Bellamonaca, per dire), e comunque a ridosso dell’atlantico, e quindi bellissimo. This must be the place, insomma. Una quattro giorni estenuante, a tratti languida, quasi sempre trascinante, immersi tra la pioggerellina di una Oporto mai così scontrosa e colorata, imprigionati tra i saliscendi ventosi di un Parque de la Ciudade che può essere definita qualcosa di simile ad un sogno, assaltati da una schiera di live da mordere l’intera flotta intera di baldi giovani irrigiditi dalle mode capitati da tutta Europa e pure oltre (parecchi italiani e tedeschi, con una netta predominanza di inglesi – ma dai? – riconoscibili e fuori luogo come Cesare Cremonini headliner al Sonar).

Quattro palchi (l’Optimus, il principale, e il Primavera a sovrastare con le loro due arene naturali, e poi l’ATP, ai confini del continente, una selva oscura, e infine l’immancabile tendone da sagra evoluta, il Palco 4), la crema dell’indie mondiale ben assortita e come al solito eterogenea che è ormai marchio di fabbrica definitivo del Primavera (i mostri sacri anni novanta assieme all’ultimo hype, la salsa post rock e gli ammiccamenti più classicheggianti, l’elettronica più oscura e il bagliore del nuovo pop-rock mondiale) e infine la baldanza giovanile a condire il tutto, a riempirlo continuamente. Da giovedì a sabato al già citato Parque de la Ciudade, e, alla domenica, l’appendice salottiera per i palati fini e per i più fortunati alla Casa de la Musica (quest’ultima come al solito mal gestita in quanto ad organizzazione e prenotazione, ma ne parleremo).

L’antipasto è così sgargiante che quasi (quasi) Atlas Sound passa inosservato, sbilenco e ciondolante come non mai, piccolo prontuario sul nuovo millennio e tutti in religioso silenzio, tra fischi di felicità e rimandi all’obliquità sonora che garantiscono sempre e comunque il sorriso dell’innamorato. Appena dopo Yann Tiersen, invece, goes to prog, imbastendo un live fulminante, dai tratti variopinti eppure personalissimi, senza smentire il passato, e anzi, accarezzando il futuro, sbugiardando in poco più di un’ora tiratissima tutti i detrattori, come una lama sulla pelle di Audrey Tatou, e tutte le presunte “new sensations” che lo seguiranno nei live durante il weekend. Poi The Drums, movimenti e contorsioni impeccabili, per il resto scialbi, premessa al momento This Is England del giorno, il ritorno dei Suede. Tutti laccati, con un Richard Oakes sul punto di implodere, un Brett Anderson in gran spolvero e un pubblico che neppure a Estrella del Mar di ballardiana memoria. Scivolano via dunque due ore di cori e saltelli, e tanti saluti perché “i never been loved on saturday night”, ed è appena giovedì. Tutti hanno l’anima in pace con gli arretrati degli anni novanta, meglio così. Poi tocca al rimpiazzo del weekend, i Mercury Rev a sostituire gli Explosions in the Sky. E la band di Buffalo regala senza alcun dubbio il miglior live del weekend. Jonathan Donahue incaricato direttamente da Cristo e dalle luci che lo proiettano da dietro sui diecimila estasiati e/o assonnati e dalla luna ciondolano lacrime ovunque sui balli alcolici che si susseguono dietro il mixer, al riparo dalla magia, una decina di inglese provenienti dall’altro mondo, quello bello. Uno show tiratissimo, superbo, ammiccante e drogatissimo. Eccessivo nei suoni e nei volumi, impeccabile nell’esecuzione, nella maestosità regalata, i Mercury Rev si riscoprono, si mettono a nudo, tra bottiglie di vino rosso e pose da messia, entrambe giustificate. Tides of the Moon, mostruosa e scorticante, rimarrà la miglior cosa del festival. Infine i The Rapture, si balla e poco più, ci fosse pure un’anima sarebbe meglio.

Secondo giorno. Come l’originale insegna, anche all’Optimus ci si diverte a sovrapporre gruppi micidiali creando crisi isteriche e rincorse frustranti tra i presenti. Saltando a piedi pari il citazionismo all’inizio piacevole e poi alla lunga quasi odioso degli Other Lives (Sophia + Decemberists in salsa capellona, il tutto condito da un live troppo esagitato e perfettino), ci si ritrova al palco Primavera con gli Yo La Tengo, che, dimenticatisi la dimensione in cui stanno per esibirsi, propongono un assedio psichedelico alla lunga estenuante eppure consolatorio, appena interrotto da intermezzi pseudo comici alla Steve Albini (i coretti dei tecnici del suono) e da piccole gemme pop da veri teneroni. Ah, le vecchie glorie. Il tramonto sorseggiato con Rufus Wainwright è come dovrebbe ogni aperitivo di questo mondo essere, di classe e ambiguo. Si sente odore di coriandoli, ecco i Flaming Lips, sgargianti come non mai, accompagnati da una fronda di minorenni che ballano molto pudicamente ai lati del palco e da un’attrezzatura giocosamente felliniana da far impallidire qualsiasi compleanno di un cinquenne. Il solito insomma, l’esuberanza fatta consuetudine. Si tratta di ridondanza della gioia, spudorata e invincibile (Do You Realize?), precariamente intima (Yoshimi…, e giù tutti a squarciagola) nonostante i colori e gli assalti umani, così struscianti (Race for the Prize), così vivi per un paio d’ore (coriandoli ovunque per i giorni a venire). Nel frattempo nessuno rimpiage di aver saltato i concerti dei Black Lips e dei Codeine. Si riparte. I Wilco danno il peggio di sé, rivelandosi ancora una volta maestri di vita precisini e noiosetti con un Jeff Tweedy a sfiorare l’imbalsamazione e un Nels Cline che cerca di tener su la baracca (anche visivamente, vedi la camicetta rossa) muovendosi come un forsennato già nell’iniziale Art of Almost. Sbadigli, dunque, come per i Beach House. Osannati in maniera sorprendente dal Palco 4 riempito all’inverosimile eppure scialbi e – così ad occhio – già cotti dal loro stesso sound, perlomeno dal vivo nonostante l’ultimo e ottimo Bloom. Gli M83 concludono degnamente la giornata, esaltandosi – pure troppo -, proponendo agli occhi del pubblico un live dalle mille sbavature (la backing band non regge, come un già un lustro fa, vedi il polistrumentista sosia di Mauro Repetto, e poi una setlist troppo tendente al tamarro, escludendo inevitabilmente i passaggi più sognanti). L’urlo di Intro e il sax di Midnight City si rivelano però infiniti, quanto basta per prepararsi a raccogliere la pioggia del giorno dopo.

La desolazione dopo la tempesta sottile, così si presenta il tutto, di sabato. Jason Pierce di bianco vestito, prossimo alla mummificazione, sembra quasi più gioviale del solito (si commenta in giro che abbia ringraziato al termine di un pezzo, ma nessuno se ne è accorto). L’inizio è da infarto per cause (trans)sessuali (una Hey Jane infinita), per poi accomodarsi in un sound a tratti freddo e grigio ma che pungola il migliaio o poco più che resiste sotto il cielo dolcemente minaccioso. La band di supporto sembra non assecondare il pallino di Pierce, particolarmente lanciato verso lo spazio anche nei pezzi dell’ultimo Sweet Heart Sweet Light (vedi una trascinata Mary, strascicata come solo un futuro classico sa poter essere sotto la pioggia incessante). Il finale di Come Together è la fine del mondo, Pierce spacca il microfono, tutti ricompongono il proprio stomaco. I riverberi degli I Break Horses non ci inducono in tentazione ma ci liberano un Greg Dulli in gran forma, dedito all’ammicco e gran fotografo degli anni che furono. E’ un live, quello degli Afghan Whigs, che entusiasma, e che anzi, nonostante proponga una sorta di best of non puzza di reunion (i Suede, magari) che strizza l’occhio alla convenienza. C’è il fuoco. Come negli intarsi immediati di Lee Ranaldo, preciso e coinvolgente al punto giusto; è sua la cover del Festival: una Thank You For Sending Me An Angel (i Talking Heads) perfetta nella sua delicatezza, da abbracciarsi tutti. Saltano i Death Cab for Cutie, per pioggia. I Dirty Three, attanagliati dai problemi tecnici, raccolgono le ultime forze (l’ultimo ritorno alle origini, Toward the low sun), in un delirio che è vita (Ashen Snow) e disturbo (i Kings of Convenience che, suonando in contemporanea, si lamentano dei volumi degli australiani), fame (gli sputi millenari di Warren Ellis) e parole (this is dedicated to the Justin Bieber’ass). Chiudono The XX. Per chi scrive, il live dell’anno, così intenso e profondo. I pezzi nuovi suonano già antichi, caldi e cesellati per le gole di tutti, per un attimo, nere. Un concerto immerso nel buio, sospirato come dovrebbe essere la voglia di scappare che procura ai ventimila in religioso silenzio. Un altare da idolatrare, negli anni a venire.

L’ultimo giorno di concerti si concentra alla Casa de la Musica con, fra gli altri, l’epopea di Jeff Mangum e la scioltezza pop degli Olivia Tremor Control. Solo mille fortunati ci parteciperanno. Il perché? Perché le indicazioni per prenotarsi non sono state comunicate chiaramente e per tempo (all’improvviso si è creata una fila davanti ad un gazebo, sotto la pioggia, appena il giorno prima) e per la ridotta capienza del luogo prescelto. Unica pecca in un fine settimana immerso in luoghi incantati e in live stravolti e, chi più chi meno, travolgenti. Qui, come a Barcellona, c’è il senso del futuro, che l’Italia impari in fretta, basta rincorrersi. Ci sono delle oasi, rubiamole.

24 Giugno 2012
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