Recensioni

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Finisce spesso così: che ti frequenti di nuovo con un pretesto banale, magari cogliendo un attimo e l’occasione per riprendere la via del palco e vedere l’effetto che fa. Noti che l’alchimia c’è ancora, che le cose girano e ti cimenti con materiale nuovo. Un pezzo tira l’altro e hai in mano un disco nuovo di zecca. Che nella maggioranza dei casi si rivela una boiata pazzesca da barbogi col lifting che non capiscono che adesso basta. Succede, se coi luoghi comuni hai trafficato anche in gioventù; mai quando hai agito all’insegna della (disciplinata) libertà creativa.

Un po’ come con Yoko Ono, tenendo conto del calendario possiamo sostenere che da Haih I Mutanti escono a testa alta. Al solito, anche questa è una giostra col motore truccato, un’esperienza che lascia in dote ubriachezza molesta e voglia di applausi. Roba che non ti spieghi come rigurgiti e personalizzi idee sulla spinta del “cannibalismo culturale” tropicalista che anticipò il meticciato culturale. Allora nessun problema se Querida Querida vede Santana alle prese col krautrock mentre sfida Prince a chitarristico duello; sulla carta puro abominio, la prova dei fatti restituisce un colpo di genio. Teclar pizzica corde in andirivieni tra malinconia ed esaltazione, gustoso folk progressista favolistico, possente ed essenziale. Le articolate Nada Mudou e 2000 E Agarrum inscenano vaudeville aciduli e ironici tra Beatles e Sly Stone, caleidoscopi caraibici infiorettati di free-rock e carnevale. Bagdad Blues sbeffeggia le dodici battute ondeggiando tra Parigi, Gershwin e musical. Mica finita: Anagrama si muove sexy e pigramente brasiliana, Gopala Krishna Om da raga modernista come potevano farli gli ultimi Talking Heads e Neurociencia Do Amor ipotizza John Zorn e Mike Patton che abbracciano il “prog” accompagnati da una mista Primus/Violent Femmes. Nientemeno. Materia viva e pulsante che a quasi tutti verrebbe fuori carbonizzata e decine d’altri inseguono per una vita senza sfiorare.

Ma: nonostante cotanto ben degli Dei, il voto resta quello sotto riportato perché, ecco, dai primi della classe pretendi sempre il massimo e avremmo preferito una riapparizione da appaiare sullo scaffale ai Faust di Rien. Viceversa, di alcuni passaggi chiassosamente anni ’70 avremmo fatto a meno, idem di certo rock banale e d’un paio di cartoline sforzate. Però, per l’onestà intellettuale di averci risparmiato pantomime e non averci annoiato all’ascolto, consideriamo il bicchiere pieno per tre quinti. Anche se il cocktail è meno inebriante di una volta, obrigado!

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