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6.9

A distanza di una manciata di settimane dall’effervescente naturale Protean Threat, John Dwyer e la sua carovana di alchimisti e cerberi fa come il peperone sott’olio (senti come grida) in fase digestiva: lui, molesto ed esuberante, si ripresenta.

Riaffacciarsi con tale stoicismo e ottusa costanza è sintomo del presenzialismo più talebano e gratuito cui si possa far riferimento nella pur caotica selva di pubblicazioni (digitali e non), qualcosa che è quasi più assimilabile a un contesto sportivo, di resilienza pura (parola che va parecchio di moda in questo periodo), come quei matti che fanno le prove iron man nella steppa nordamericana. Ogni anno, una nuova sfida, un nuovo torneo da affrontare, un nuovo campionato. Del resto, Dwyer non riuscirebbe a reggere certi ritmi se non fosse completamente calato in questo ruolo di maratoneta del garage rock, inscindibile dal suo essere. Che poi lo faccia per competizione (e di “atleti” simili nel settore ce ne sono, almeno per insistenza) o per puro diletto, questo sta a voi deciderlo.

A giudicare dai primi 4-5 minuti di Metamorphosed, la seconda (di tre?) release di quest’anno, tenderei per la prima ipotesi: l’avvio-kamikaze affidato al tridente SaignantElectric WarWeird and Wasted Connection riporta il combo californiano a un asset stilistico aggressivo e ferino, con la bava alla bocca, caratteristico di una modalità d’assalto di cui la band dispone e che impiega (con parsimonia) tra i solchi dei recenti LP, violenti sì, ma anche eterei, volti all’esplorazione. Questo mini-LP (o EP allungato? non saprei) – che esce non sotto l’egida di Castle Face Records, attenzione, ma in tiratura uber-limitata a 103 copie fisiche stampate e licenziate dall’austriaca Rock is Hell Records, da anni collaboratrice di Dwyer e di molti altri suoi satelliti (il progetto Witch Egg, che vede tra le sue fila Dwyer e Tom Dolas, il gran magus dei synth degli OSEES) – potrebbe essere un deposito di scarti e bozzetti derivanti dalle session di Protean Threat, ma in ogni caso ha la forza per camminare sulle sue gambe con carattere e convinzione: se si è abituati ai ritmi di guerra dei Nostri, la tripletta iniziale non dovrebbe essere una novità assoluta (furia da pirata della strada e rombo di motori a migliaia di giri che non sarebbero male come colonna sonora di un nuovo episodio di Mad Max), è puro manierismo ma con le solite due o tre trovate furbe che fanno eccitare i nerd del citazionismo (il finale di Electric War che in pratica è il finale di War Pigs).

Poi, ovviamente, the acid hits. Parte la prima delle due jam del disco, opportunamente denominata The Virologist (un bombardone di 13 minuti, registrato in presa diretta, take one, senza ausilio di VAR e/o tempi supplementari) e l’ascoltatore va in botta come uno dei Figli dell’Amore Eterno di Un Sacco Bello. È praticamente inutile scriverne, ascoltatela, immergetevi e poi fatemi sapere. La seconda, invece, dal titolo I Got a Lot, è più molle, gelatinosa. Ricorda molto da vicino qualcosa che sarebbe potuto uscire dal genio dei primi Can (altezza Monster Movie), voci sussurrate, echi, ritmo tribale sciancatissimo, sfilacciato, che poi si ricompone e potrebbe, virtualmente, non arrestarsi più.

Un’altra manifestazione non richiesta, ma sicuramente gradita, che documenta la grandezza di questa band.

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