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6.0

Il paese del Sol Levante, degli Anime, dei terribili Kaijū, dei samurai, di Hiroshima e Nagasaki, della tecnologia e dei videogiochi: il Giappone. Un paese che è riuscito a risollevarsi dalle tragedie della guerra e diventare in poco meno di vent’anni la seconda potenza economica del mondo, rappresentando tra il 1975 e il 1991 un vero e proprio miracolo economico. La colonna sonora di quegli anni, da fine Settanta alla fine degli Ottanta (esageriamo arrivando verso i primi anni novanta) non può che essere il City Pop. Saccheggiato da producer di mezzo mondo per creare l’ A E S T E T I C A di una delle avanguardie, pardon, retroguardie più bizzarre degli ultimi dieci anni, quella vaporwave che affonda radici nelle atmosfere e nostalgie tipiche degli anni ottanta e novanta, il city pop è legato indissolubilmente a nomi come Tatsuro Yamashita, Haruomi Hosono, Mariya Takeuchi e Toshiki Kadomatsu, artisti che hanno impresso il loro inimitabile marchio su un genere che, ora, nel mondo ha milioni di appassionati.

Light In The Attic, etichetta mitologica e vera manna per hipster, che ha curato negli ultimi vent’anni ristampe di album di gente come The Shaggs, Serge Gainsbourg e Lucio Battisti, ha nel 2019 aperto una prima finestra sul quel sognante pop, selezionando per il primo volume di Pacific Breeze sedici tracce tra le meno conosciute del City Pop. Ad un anno di distanza da quello che è stato uno dei casi discografici del 2019, l’etichetta di Seattle torna a scavare negli archivi pubblicando Pacific Breeze 2: Japanese City Pop, AOR & Boogie 1972​-​1986, secondo in-depth sul caramelloso e west-coastiano pop giapponese. Se il primo episodio aveva fatto conoscere le tracce minori, Pacific Breeze 2 spinge un po’ troppo sulle tracce più conosciute, continuando ad ignorare completamente la produzione di gente come Yamashita e Kadomatsu, autori di discografie enormi e ricche di nuggets che meriterebbero di essere ufficialmente – qui in occidente – riscoperte e sdoganate.

Un simile lavoro di ricerca, ma molto più approfondito in alcuni casi, era già stato fatto da Diego Olivas sul suo blog FOND/SOUND, raccogliendo interi album di quel preciso momento storico e musicale, e creando un archivio consultabile (e non proprio legalmente scaricabile) fondamentale per scoprire e conoscere il city pop. Ci sono gemme preziosissime come Pink Shadow dei Bread and Butter, Vibration di Kimiko Kasai, Hidari Mune No Seiza di Tetsuji Hayashi, Rainy Saturday Coffee Break di Junko Ohashi & Minoya Central Station e Harumifutou di Kyoko Furuya, ma la sensazione di fondo è che Pacific Breeze 2 sia un lavoro incompleto e che non rende giustizia a quell’elettrizzante decennio e più di pop raffinato. Dove sono le Let’s Kiss The Sun e Marmalade Goodbye? E Can’t You See di Toshiki Kadomatsu? Non pervenute.

Buon punto di partenza per chi si sta affacciando per la prima volta sul pop giapponese, Pacific Breeze 2: Japanese City Pop, AOR & Boogie 1972​-​1986 è però, per chi è già avvezzo a tutti i nomi citati in precedenza, un compitino appena sufficiente. Peccato.

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