• mar
    22
    1994

Classic

EastWest

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«Quest’album dev’essere il disco metal più esagerato di sempre. Dopo Vulgar Display of Power tutti pensavano che avremmo seguito la strada dei Metallica e pubblicato un Black Album: abbiamo fatto l’opposto». Vinnie Paul, batterista e fondatore dei Pantera insieme al fratello chitarrista Dimebag Darrell, ha più volte chiarito gli intenti con cui la band, «ancor prima di suonarne una sola nota», comincia a pensare al settimo LP. C’è già anche il titolo e, come si dice, è tutto un programma: Far Beyond Driven, che in italiano potrebbe essere reso malamente con “più che determinati”. A fare cosa? A superare il lavoro precedente, quel volgare (e irresistibilmente perfetto) sfoggio di potenza che ti aggrediva con un pugno in faccia sin dalla copertina, a sorpassarlo in tutto e per tutto, partendo proprio dalla cover. A tal proposito, la prima idea del fotografo Dean Karr è un trapano che penetra un ano: l’ano da solo non sarebbe abbastanza, poiché solo un anno prima Pete Steele dei Type O Negative aveva messo il suo orifizio sulla copertina di The Origin of Feces. Insomma, un “Metal up your ass” per rimandare al titolo originario del primo disco dei Metallica, ma soprattutto una chiara affermazione di quello che vogliono dare e dire i Pantera: dal pugno in faccia allo stupro dell’ascoltatore. Nel 1983 i Four Horsemen si erano piegati ai voleri dei produttori ed erano usciti con Kill’Em All, undici anni dopo i fratelli Abbott, il bassista Rex Brown e il cantante Phil Anselmo si accordano per una versione limitata, con la trapanazione anale, e una ufficiale, dove a essere penetrata è una testa.

Ed effettivamente il disco punta dritto al cranio sin dalla prima traccia in scaletta, Strength Beyond Strength, dove le violente ritmiche hardcore di Vinnie Paul si alternano a inquietanti e melmosi rallentamenti che rimandano ai suoni sludge di New Orleans, città natale di Phil Anselmo. Se Rex Brown adotta un basso a cinque corde, aggiungendo una quinta inferiore all’estensione del suo strumento, Dimebag Darrell cerca un suono diretto e sfacciato: oltre agli amplificatori Randall a stato solido, mette alla prova il nuovo pedale Whammy della Digitech che gli permette di saltare agilmente di ottava. Questi sono elementi che già riescono a inquadrare il disco, ma per analizzarne le sfaccettature è interessante notare quali siano i brani con cui la band inizia i lavori. Il primo a essere registrato (in meno di un’ora) negli studi Abtrax Recordings di Nashville è Planet Caravan: la riuscita e piuttosto fedele cover dei Black Sabbath sarebbe dovuta finire in Nativity in Black, un omaggio collettivo del 1994 ai quattro di Birmingham. Non se ne fa nulla e i Pantera dovranno aspettare fino al 2000 per comparire nella scaletta del volume 2 con la loro versione di Electric Funeral. Planet Caravan viene posta in chiusura, accompagnata nel booklet dalle parole di un Phil Anselmo ansioso di rassicurare che la scelta di includerla «non ha nulla a che fare con l’integrità della nostra direzione [artistica]». Insieme alla costante attenzione ai fan e alla voglia di sperimentare, emerge nuovamente una sorta di tensione programmatica che, lo vedremo, non sarà solamente fonte di buoni risultati.

Tuttavia la prima canzone a essere scritta è 25 Years, uno dei momenti più duramente confessionali del disco, un incubo claustrofobico, ma un po’ statico, dove le chitarre (quasi sempre raddoppiate, una novità rispetto a Vulgar Display of Power) si trasformano da rasoiate a riff rocciosi, attraversati da quelle linee di basso che trasudano groove, marchio di fabbrica della band. Anselmo recita, più che cantare, uno spietato atto d’accusa nei confronti del padre violento e alcolizzato, che si conclude con questi versi: «You’ll never be the father I am / The bastard father to the thousands / Of the ugly, criticized, the unwanted / The ones with fathers just like you / We’re fucking you back / I’m shoving my life right down your throat / Can I find the guts? / Can I feel the heart? / Look at the ground as you choke me up / Does it taste like tequila? / Or failure?». Persino Rex Brown, di certo non uno di primo pelo, ci rimane di sasso quando legge i testi e tenta, inutilmente, di dissuaderlo a usarli: ma Anselmo è un frontman sempre più sicuro di sé in studio e sul palco, che finalmente si è riscattato dando un contributo decisivo all’entrata dei Pantera nel pantheon della musica pesante. «I’m becoming more than a man, more than you ever were / Driven and burning to rise beyond Jesus», canta in Becoming, un altro ottimo pezzo in cui si alternano momenti distesi e frangenti nervosi, attraversati dagli squittii della sei corde processata di Dimebag. E continua, incurante e colossale: «I’m born again with snakes eyes / Becoming Godsize». Come dargli torto? In quel momento i Pantera sono davvero enormi e si oppongono all’“alternative stuff”, come spesso era definita dal quartetto, anche a colpi di riff orecchiabili tanto micidiali, come quelli di 5 Minutes Alone: il bersaglio, in questo caso, è un genitore che vorrebbe spillare dei soldi alla band, accusandola di avere fomentato il pubblico di un concerto ad aggredire il figlio-disturbatore. In quello che sarà il terzo singolo estratto dell’album i Pantera suonano quanto mai minacciosi e indistruttibili… fino alla traccia seguente, la magistrale I’m Broken.

Il 7 marzo del 1994, a undici giorni dall’uscita del disco, arriva il video del primo singolo tratto da Far Beyond Driven: i Pantera sono ripresi da vicino, mentre suonano uno di fronte all’altro, con un’illuminazione da garage, circondati da amplificatori. Vinnie Paul dà il “quattro” e lancia uno dei riff più memorabili della storia del metal, secco e cattivo, nato da un soundcheck e direttamente ispirato ai Black Sabbath. La traccia immortala una delle performance migliori di Phil Anselmo, solitamente più monolitico rispetto all’album precedente. Echi, effetti e sovraincisioni sembrano mimare lo stordimento del musicista, in quel momento torturato da seri problemi alle vertebre lombari, che (non curati propriamente con riposo e terapie) lo perseguiteranno per anni, colpendolo anche psicologicamente. Non per nulla, riferendosi a quel periodo, ha dichiarato: «Per la prima volta ho capito cosa vuol dire essere vulnerabili, e non è stata una bella sensazione». I’m Broken è un vero e proprio grido d’aiuto, ancestrale e magnetico: non a caso si sviluppa sui territori blues e southern che uniscono idealmente il Tennessee, dove la band sta registrando, al nativo Texas. E la formazione, insieme al produttore Terry Date, tornerà proprio ai Dallas Sound Lab per ultimare l’album: ma, per ammissione stessa di chi è con loro alla fine del 1993, più che di sedute di lavoro si tratterà di un party senza fine, non solo a base di alcol e canne, ma anche di ecstasy, amata da Vinnie Paul, e antidolorifici, trangugiati da Anselmo. Le pillole compaiono nel titolo della traccia seguente, che spazza via il feroce appeal di I’m Broken per scivolare in uno sperimentalismo inquietante ma sfocato: Good Friends and a Bottle of Pills, che fa il verso a Good Friends and a Bottle of Wine di Ted Nugent, è un racconto paranoico e rumoroso di un atto sessuale tra il protagonista della canzone e la ragazza di un suo amico, mentre quest’ultimo è là accanto, ubriaco e incosciente. Per quanto Phil Anselmo abbia dichiarato più volte di essersi ispirato alla morbosità di Nick Cave e dei Birthday Party, il paragone è molto forzato: a un quarto del suo percorso, Far Beyond Driven mostra i primi scricchiolii.

Hard Lines, Sunken Cheeks tira di nuovo fuori l’anima southern e oscura dei Pantera per parlare esplicitamente di droghe: «I’ve done it all but tap the vein», può dire per il momento Anselmo, in un brano che ha il difetto di trascinarsi per un po’ troppo: con i suoi sette minuti è il più lungo del lotto. Slaughtered macella l’ipocrisia della religione (un topos del metal) con un attacco frontale nuovamente improntato all’hardcore, tra urla, voci filtrate e sottotrame industrial, mentre la successiva Shedding Skin segna un cambio di passo. Sebbene inquietante e morbosa, la traccia allenta le distorsioni e dirada un po’ la cappa oppressiva che si è stratificata finora; rimanda alle melodie di This Love, Hollow e Cemetary Gates e aumenta la posta dal punto di vista timbrico e produttivo grazie all’uso di effetti e riusciti cambi d’atmosfera. Ma il cielo si fa plumbeo nuovamente con Use My Third Arm, venato da malsane e spietate spirali chitarristiche death, ennesimo saggio della geniale versatilità di Dimebag Darrell, che recupera un riff da Vulgar Display of Power. È il basso di Rex Brown, invece, protagonista della penultima traccia in scaletta, Throes of Rejection, punteggiato dall’affilato wah-wah dei riff di chitarra e da botta e risposta con rapide scariche di doppie casse. Anche in questo caso Anselmo alterna urla, recitato e cantato, lasciando poi spazio a una coda noise strumentale sui cui feedback si innestano gli arpeggi iniziali di Planet Caravan, la meritata ascesa psichedelica che chiude, dopo quasi un’ora di martellante oppressione, un album dai momenti impeccabili, ma talvolta castrato da una ricerca ostinata, in qualche caso un po’ testarda, orientata com’è a ottenere solo la maggior pesantezza possibile da suoni, strutture e performance, e dimenticandosi che anche i più tosti di tutti hanno un cuore.

L’album esce, a seconda dei territori, tra il 18 e il 25 marzo 1994 ed è il primo album metal a debuttare al primo posto non solo della classifica australiana, ma soprattutto di quella statunitense. USA Today definisce la band «The overnight sensation from Texas»: «Overnight my ass», commenta in diverse interviste Rex Brown, ben conscio che per raggiungere quel traguardo c’erano voluti più di dieci anni di difficoltà e insuccessi, nonché migliaia e migliaia di chilometri percorsi in tour. A tal proposito, dall’aprile del 1994 allo stesso mese dell’anno successivo la band suona in tre continenti, senza fermarsi quasi mai, ma le tensioni sono ormai sotto gli occhi di tutti e si manifestano in dichiarazioni razziste prontamente ritirate, risse e querele. Nel settembre del 1995 Phil Anselmo concretizza il debutto dei suoi Down, immergendosi nei suoni sludge già citati, e sostituisce gli antidolorifici per la schiena con l’eroina. Registrerà le voci del successivo The Greatest Southern Trendkill nello studio di Trent Reznor a New Orleans, separatamente dalla band: un ulteriore indizio di quell’allontanamento personale e artistico che comincia ad affiorare proprio in Far Beyond Driven.

5 Marzo 2019
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