Film

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Difficile per il sottoscritto parlare de Il Divosenza eliminare quel paio di inevitabili pregiudizi personali che un po’ fanno bene e un po’ no. Il primo, positivo, a proposito diSorrentino, che con la sua idea di cinema italiano “che da noi non si fa più” è riuscito ad unire storie veramente “nostre” ad uno stile internazionale, dimostrando una padronanza mostruosa dei propri mezzi facendomi addirittura urlare spesso e volentieri il nome del sacrosantoMartin Scorsese.

Il secondo pregiudizio, negativo, a proposito di uno dei personaggi politici più infimi che la mia giovine età possa avermi dato modo di conoscere. Non che nel caso di Giulio Andreotti la mia età conti molto, ma questi sono altri discorsi e mi sto prendendo fin troppo spazio.

Il Divoè un film difficile – non solo per idiosincrasie personali, quanto per il suo agire su diversi piani – che concentra tutto sulle spalle del protagonista assoluto Toni Servillo, che dal contrasto con una messa in scena surreale acquista incredibile profondità, fisica e morale.

Un personaggio quindi, quello di Andreotti, che rientra perfettamente nella tradizione dei suoi predecessori e ne rappresenta forse la naturale evoluzione: non tanto i due omonimi Antonio Pisapia de L’uomo in più(che pur nell’inettitudine trovavano l’intenzione, almeno, di superare la propria immobilità) quanto piuttosto la solitudine asettica e senza parti del ben poco frivolo Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore. Ma ancora di più il laido usuraio Geremia De Geremei de L’amico di famiglia, che rappresentava il rapporto stretto fra la (a)moralità e il corporeo nella sua accezione più greve e concreta.

E a proposito del corpo, l’auto affermazione di Sorrentino fra i Nostri grandi sta forse proprio nel suo buttarsi a capofitto nel confronto con i maestri del cinema grottesco, che della fisicità hanno fatto la propria bandiera. Le armi (affilatissime) sono le stesse.

Prima di tutte, la dissacrazione: una sequenza iniziale che prima si pone quasi sullo stesso piano dell’horror – con un Andreotti sotto agopuntura al sapore di Hellraiser –, per poi passare ad una memorabile presentazione della Corrente Andreottiana: punto d’unione di vero culto fra Le Iene di Tarantino (Vittorio Sbardella come Mr.Blonde, con tanto di “gesto della pistola”) e lo Spaghetti Western di Sergio Leone, tutto attesa e fischiettii.

Questo gioco del rimando è lo strumento funzionale allo scopo: non semplice divertimento citazionistico, quanto piuttosto un programmatico sberleffo alla faccia dell’autorità. Processo portato a termine con la facile, ma inevitabile, trasformazione del corpo andreottiano nella figura del celebre Nosferatu.

Il corpo di Andreotti è il vero mezzo di comunicazione: la posizione della mani, i movimenti delle dita, il passo corto e affrettato oppure lento e malinconico; la postura, che alla vista fa provare tenerezza contemporaneamente al disagio. Una fisicità che è il vero punto focale per la comprensione del corpo grottesco, a dispetto di quanto invece viene detto, fra una freddura e una non-risposta, al solo scopo di evitare la presa di posizione.

Ed è proprio questa programmatica indecisione il vero ostacolo per la comprensione, non solo del protagonista, ma anche del film in sé, del suo scopo, del suo punto d’arrivo.

Indeciso Il Divo Giulio, a metà fra la maschera dell’impenetrabile umorismo sardonico e la profondità umana più nascosta: quella che si fa aggredire dall’ansia delle formiche di Buñuel ed esplode in un sorprendente monologo (con tanto di riflettori da ribalta) che è puro sfogo sfiancante.

Indeciso Sorrentino, che a un certo punto affievolisce i colpi, mette da parte Elio Petri (quello di Todo Modo, per dare un’idea e un riferimento) virando verso la cronaca ed un finale troppo lineare, pulito, quasi in sordina. Un botto mancato – a dispetto di tutti quelli visti lungo la pellicola – che è forse la degna non-chiusura per una vicenda simile.

Sorrentino non dà quindi alla luce un film concretamente politico (evitando derive quali la denuncia o l’inchiesta) quanto piuttosto “moralmente” politico: alla distruzione altrui preferisce la propria ricostruzione, tramite una strabordante potenza estetica ed uno strumento stupefacente come il corpo-attore Toni Servillo.

30 Giugno 2008
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